Archivio per Marzo 2008

31
Mar
08

EXPO 2015 – Contrario il Sindaco di Cassinetta. Evento privo di senso nell’era di internet: devasterà il territorio

Finiguerra, arriveranno strade e altro cemento

Intervista pubblicata sul quotidiano ”Il Giorno” di sabato 29 marzo.
A cura di Ivan Albarelli
D. Lunedì a Parigi si decide l’assegnazione dell’edizione 2015 dell’Esposizione internazionale. In gara ci sono Milano e Smirne. Un attesa e un evento solo e soltanto milanese o che coinvolge anche la provincia? La sua città si sente coinvolta in questa sfida?
R. Sfida per cosa? Per esaltare un modello di sviluppo che sta portando la pianura padana al collasso ambientale e l’intero pianeta alla distruzione?
Una premessa storica. Le esposizioni unversali nascono a metà dell’ottocento per magnificare lo sviluppo poderoso e all’apparenza inarrestabile del liberalismo politico e del liberismo economico.
Questi grandi avvenimenti nascono sostanzialmente per celebrare i successi, i progressi scientifici, i prodotti dell’industria. Nascono per mettere a disposizione della conoscenza globale i progressi dell’uomo. L’ottimismo regnava. L’uomo vedeva davanti a se un futuro grandioso.
Credo che i tempi siano “leggermente” cambiati. Intanto oggi, nell’era di internet, organizzare tali eventi è uno spreco, di energia e di risorse. Con le stese risorse si potrebbero risolvere problemi ben più importanti rispetto al desiderio di “passare alla storia” di alcuni sindaci, presidenti di provincia o di regione.
Oggi non c’è nulla da celebrare o da magnificare. 800 milioni di persone soffrono di fame e malnutrizione, più di un miliardo non ha accesso all’acqua potabile. Ogni ora 1200 bambini muoiono per malattie curabili.
La vera esposizione universale dovrebbe essere fatta su questo.
E il titolo scelto dalla Moratti “nutrire il pianeta, energia per la vita” è del tutto fuorviante se non beffardo. Infatti nel programma dell’expo non si legge nessuna critica al modello agroalimentare fin quì seguito, imposto dalle stesse multinazionali che co-organizzeranno l’evento. Nessuna critica all’imposizione di monoculture che impoveriscono il suolo e affamano milioni di contadini. Nessuna obiezione all’obbligo di usare il terreno per produrre soia per il nostro bestiame. Nessuna parola verso l’impego di OGM.
Lo so. Credo che la grande maggioranza dei cittadini delle nostre città vogliano expo 2015. Ma sono realmente informati sullo stato del pianeta.
Anche le comunità della valle padana, sono partate a idolatrare questo mito della crescita economica, osannato dal concerto messo in piedi ad arte dai poteri economici, politici e massmediatici. Però non viene mai detto loro al Telegiornale che stiamo consumando più di quanto il pianeta è in grado di produrre. E che per garantire il nostro apparente benessere, stiamo dilapidando il capitale ambientale, a tutto danno del sud del mondo e delle generazioni future.

Se Milano otterrà l’Expo 2015 prevede più svantaggi o più benefici per il Comune da lei amministrato e per il territorio circostante?
In molti affermano che vi saranno enormi benefici da expo 2015. Sicuramente per qualcuno ci saranno grandi affari economici e commerciali. Per altri si apriranno le porte per grandi investimenti immobiliari.
Io, per il territorio, prevedo grossi problemi. Expo metterà il turbo a tanti progetti di devastazione ambientale. Dalla rimessa in discussione dei parchi, alla realizzazione di grandi opere faraoniche sul modello già visto in occasione dei mondiali Italia ‘90.
Dicono che ci saranno 70 mila posti di lavoro. Però si dice una mezza verità. Expo durerà 6 mesi, sarà pertanto lavoro precario. Magari in nero.
Non prevedo quindi benefici, ma soltanto l’avvio di una nuova stagione di consumo di territorio. Sempre all’insegna della rincorsa della fantomatica crescita economica e del PIL.

Se Milano otterrà l’Expo quali aspettative si creeranno per la sua città?
Le vere aspettative per il nostro paese sono, o dovrei dire erano, legate ad un serio investimento nel campo del turismo ambientale. La navigazione sui navigli per godere delle ville di delizia, la fruibilità dei nostri parchi, la bellezza del paesaggio da mettere a disposizione di quanti non immaginano che a pochi km da Milano ci siano posti come i nostri.
Purtoppo, a breve avremo già un antipasto di quello che ci aspetta con la nuova autostrada Malpensa-Magenta. Che dovrebbe proseguire fino alla tangenziale ovest, con tanti saluti al Parco del Ticino e alla riserva della Biosfera Unesco.
Credo che osservare dal Navilgio Grande di Cassinetta di Lugagnano una delle belle ville del ‘600 non sarà poi così entusiasmante se a pochi metri vedi e senti frecciare uno, dieci, cento tir carichi magari di bottiglie di acqua minerale provenienti dalla Sicilia e dirette in Valle d’Aosta.

Quali eventi, iniziative, progetti la sua città potrebbe attuare per arrivare preparata all’evento del 2015? Ritiene che possa essere in grado di riscuotere l’interesse di almeno una parte di visitatori stranieri attesi?
Se Milano otterrà Expo 2015, a Cassinetta di Lugagnano e ovunque altre comunità del Parco del Ticino lo proporranno, ci prepareremo a realizzare una contro-esposizione universale, una rassegna-manifestazione nazionale permanente, già a partire dal 2008 per promuovere un modello di sviluppo alternativo, che metta al centro il benessere delle persone, che non si può continuare a misurare con il PIL. Un indicatore, che come ha detto Bob Kennedy nel celebre, ma spesso dimenticato discorso tenuto all’università del Kansas, è del tutto inadeguato. Un discorso non molto lungo, che davvero invito a leggere.
Un discorso di un uomo politico molto lontano da quell’ideologia che spesso viene appicciccata a coloro che oggi propugnano la teoria della decrescita come unico mezzo per salvare il pianeta e con esso l’uomo e le generazioni future.
Quindi ci preparemo anche noi a expo 2015. Ma a modo nostro e sui temi che davvero servono a rilanciare non l’economia, ma la speranza di una vita futura e migliore.

31
Mar
08

Pietro Ingrao – Pacifisti, cioè di sinistra

Da il manifesto del 31 Marzo 2008
 
Pietro Ingrao: «Io accuso la lentezza e la fragilità con cui affrontiamo la questione guerra»
Il nostro paese è stato coinvolto in conflitti offensivi. Silenzio dai custodi della Costituzione e il popolo non si è ribellato. La pace sembra impossibile o inutile. Invece è il bene primo
Tommaso Di Francesco
«Coprifuoco a Baghdad». Il titolo della notizia potrebbe essere datato all’aprile di cinque anni fa, nelle ore sanguinose dell’aggressione angloamericana all’Iraq già devastato da dieci anni di embargo. Invece no, sono i giorni e le ore che attraversano adesso il nostro quotidiano. La guerra è una coazione a ripetere, l’asse ormai di una politica bipartisan che ne fa la prova costituente della capacità di governare il mondo.
Ci resta addosso l’eredità della guerra, quasi un fatto generazionale. Forse Barak Obama e i democratici vinceranno le elezioni americane. Ma cambierà qualcosa sulla politica internazionale e in tema di «interventismo umanitario», visto che Gorge W. Bush lascia in eredità un bilancio della difesa di più di 600 miliardi di dollari che supera perfino quello della Guerra fredda? E ad ogni conferma della guerra il movimento della pace, già sorprendente «potenza mondiale», entra nel cono d’ombra della sua impotenza e dei suoi troppi limiti. Come è evidente il limite rappresentato dal tentativo, per gran parte fallito, di condizionare e spostare sui contenuti della guerra e della pace l’agire del governo Prodi. Che si è dissolto e, poi, abbiamo scoperto dalle parole di lancio del Pd di Walter Veltroni che quel tentativo della sinistra era «solo zavorra». Mentre cresce il rischio, concreto, dell’astensionismo di sinistra anche a causa dei nodi non sciolti della guerra e della pace, come non parlare di tutto questo con l’uomo che considera la lotta contro la guerra l’impegno più più alto e necessario per un nuovo radicamento della sinistra? Incontriamo Pietro Ingrao a casa sua in via Balzani, dove vive oramai da più di cinquant’anni salvo le dolci estati che trascorre al paese natio. Pietro proprio oggi (ieri per chi legge) compie 93 anni: tanti auguri. Ci riceve nella stanza dove usa conversare con familiari, amici e compagni.
E’ una stanza luminosa, le pareti coperte di libri ed immagini dove fanno spicco un ritratto di Laura e l’amico forse più caro di Pietro, Luigi Nono, così presto sottratto dalla morte alle sue straordinarie invenzioni musicali, e accanto a essi disegni o opere di Guttuso e Turcato. C’è poi un piccolo ritratto d’epoca: su una tribuna si vede un giovanotto (un pischelletto direbbero a Roma) magro come un chiodo; e a fianco di lui, in attesa di prendere la parola Togliatti. Noi però vogliamo parlare con lui non della guerra che aveva incendiato il mondo nel primo mezzo secolo, ma di quella che era tornata dopo, e ancora continua oggi: quasi da sembrare eterna. E avanziamo la domanda amara che più ci assilla.
C’è un evento che dura da sempre e sembra incancellabile dalla via degli uomini: la guerra, l’urto armato. C’è un libro piccino, che abbiamo amato molto anche noi che siamo venuti dopo di te, «Le lettere dei condannati a morte della Resistenza». Lo leggemmo come una straordinaria speranza. Prometteva di uscire da una catastrofe ed evocava un cambiamento radicale per i sopravvissuti. Invece la pace fu breve: come di un solo istante. E ancora oggi continua l’uccidere di massa: e non in un lembo sperduto della terra, ma in fasce cruciali del globo. E attori dell’urto sono le più grandi potenze mondiali. Perché? E perché così pochi nel mondo si pongono questa domanda?
Perché, anche dopo l’affossamento di Hitler e Mussolini e la disarticolazione degli spaventosi apparati di morte che quei due dittatori avevano apprestato, il confronto armato non è mai cessato nel globo: sia come guerre in atto in un grande continente come l’Asia, sia come costruzione di enormi apparati militari, in terra, in cielo e in mare.
Ti riferisci al conflitto che si accese in Vietnam ..?
Sì. E penso alla straordinaria opera di «supplenza» che svolsero gli Stati uniti intervenendo in guerra in Vietnam, ma anche alla guerra di Corea e allo scontro fra sovietici e cinesi sull’Ussuri. Insomma al fatale sviluppo che dalle guerre napoleoniche ha portato all’incendio dell’Asia sconfinata. Quanto al nostro paese sono stati cancellati arbitrariamente vincoli costituenti: nonostante l’art. 11 della Costituzione, l’Italia è stata coinvolta in conflitti che non avevano alcun carattere difensivo. E i custodi della Costituzione hanno taciuto. E non c’è stata nemmeno ribellione di popolo. La pace sembra impossibile o inutile. E invece non dovrebbe essere il bene primo?
Ci sono anche gli aspetti di politica interna: aumento della spesa militare in finanziaria 2007; nuove e pericolose servitù militari; adesione allo scudo di Bush; presenza militare in Afghanistan in zone ormai di guerra ma «non in guerra», e purtroppo inseriti nei comandi internazionali che determinano la guerra dei raid aerei e i suoi obiettivi in un territorio lacerato dove è miscela esplosiva la commistione d’intervento civile e militare. Per quanto possa essere avaro, c’è un ordinamento di fatto del mondo: al centro di questo sistema regolativo c’è l’atto armato, sviluppato in modo dominante: in terra, in cielo e in mare.
È un agire che si vale di un mezzo straordinario: l’uccidere di massa. Questo specifico agire – dopo la sconfitta dell’Unione sovietica – ha oggi un centro focale che sono gli Stati Uniti d’America. E tale è il ruolo regolatore e dominante con cui gli Usa intendono questo potere armato, che ad esso hanno dato persino un alto e fatale compito di prevenzione: sicché dalla guerra motivata sempre (o quasi) in termini di difesa si è passati – da parte della grande potenza americana – alla evocazione della guerra preventiva (Bush). E prevenire la guerra altrui comporta di scatenare in anticipo la guerra propria: cioè realizzare l’uccidere di massa in terra altrui. Come ha fatto Bush in Iraq, e per tutto un periodo anche l’Italia, stracciando appunto l’articolo 11 della Costituzione repubblicana.
Tu guardi ora alla tragica vicenda mediorientale. È vero però che in quel lembo del mondo si sono intrecciati – in modo che sembra inestricabile – storie e conflitti di fedi e di popoli: dalla questione ebraica alle lotte interarabe alla potenza laica turca. E su tutto sono scattati i riflessi obbligati dell’enorme questione asiatica. Su tali eventi l’incidenza delle assemblee internazionali – dalle Nazioni unite all’assemblea d’Europa – è stata quasi nulla. Tale è il mondo su cui si è fatto largo l’impero americano. In fondo l’Italia è stata un breve satellite.
Conosciamo tu ed io le dipendenze pesanti che – ancora dopo la fine del nazismo – hanno segnato il cammino del nostro paese, e quanto hanno inciso su di esso persino le grandi potenze spirituali. Eppure c’è stata una sottovalutazione, una carenza grave anche dal mondo italiano: e non sta solo nella sciagurata partecipazione alla guerra in Iraq. Sta nella lentezza e fragilità con cui abbiamo affrontato la questione in sé della guerra: dell’uccidere di massa. Certo: si trattava di ripensare la sostanza e l’insieme dell’agire politico, e quindi anche del soggetto proletario: dei processi della sua liberazione. E invece pesava e agiva ancora dentro di noi l’eredità del leninismo.
Tu sai però che larghe fasce del popolo di sinistra pensano: devo aiutare Veltroni altrimenti vince Berlusconi. E Veltroni è chiaramente un «moderato». Dunque: evitare il peggio. Come rispondi?
Penso che se si affloscia il soggetto di classe, il soggetto proletario, non c’è Walter Veltroni che tenga. Sbiadisce la grande questione per cui nel secolo milioni di lavoratori sono scesi in politica: la liberazione del lavoro. E almeno sino a questo tardo momento della mia lunga vita non rinunzio a questa grande speranza. Non sopporto l’ipocrisia di versare lacrime sugli operai assassinati della Thyssen e poi di non ingaggiare lotta contro i loro assassini. Quei caduti non possono essere dimenticati nel momento in cui il popolo italiano è chiamato a esprimere con il voto sua volontà politica: e a indicare i membri delle future assemblee parlamentari: quindi a eleggere poteri decisivi nella vita del nostro paese.
C’è oggi una discussione anche pesante su chi deve affrontare questi problemi e assumere la guida del paese. E ci sono italiani che accettano l’opzione per Veltroni ritenendolo più in grado di impedire una vittoria di Berlusconi.
Ho rispetto per Veltroni, ma lo considero dichiaratamente un moderato. E invece anche per la lotta contro Berlusconi io ritengo essenziale la forza di una sinistra di classe. Perciò sostengo i candidati della Sinistra e invito a questa scelta. E nel tempo del voto ricordo che prima di ogni altro è in questo modo che si definiscono una parte essenziale dei poteri.
Il proletariato italiano ha alleati potenziali, nel nostro paese e nel mondo, molto più di quanto pensi un Berlusconi. E le organizzazioni politiche di classe – se si uniscono – possono dilatare fortemente la loro capacità di influenza. Noi però soffriamo di un difetto grave: siamo divisi e usiamo vocabolari frantumati. Unire questa sinistra di classe: nelle speranze e nei programmi. Tale è il mio auspicio ardente. Tale è il modo alto di ridare voce, nel nostro sentire e agire, agli assassinati della Thyssen e a quei due bambini sprofondati nel fondo di un pozzo, senza più nemmeno la voce per un grido.

26
Mar
08

Alex Zanotelli scrive a Walter Veltroni

Padre Alex Zanotelli


Caro Walter, pace e bene!Oggi, giornata Mondiale dell’acqua, mi sono sentito ancora più spinto a scriverti questa lettera aperta. Ho esitato molto a farlo proprio perchè siamo in piena campagna elettorale., ma alla fine ho deciso di scriverla mosso dall’enorme grido degli impoveriti che mi ruggisce dentro.
Tu sei venuto a trovarmi a Korogocho, una spaventosa baraccopoli di Nairobi – Kenia, e hai toccato con mano come “vivono” i baraccati d’Africa. Davanti a quell’inferno umano, tu hai pianto. Mi avevi promesso, in quella densa conversazione nella mia baracca, che avresti portato quell’immenso grido di sofferenza umana nell’area politica. Ora che sei il segretario del PD sembra che ti sia dimenticato di quel “grido dei poveri”. Non ne sento proprio parlare. Non chiedo carità (non serve!), chiedo giustizia, quella distributiva che è il campo specifico della politica. E non parlo solo della fame del mondo (fa già parte degli 8 obiettivi del Millennio, su cui si è fatto quasi nulla!), ma soprattutto della sete del mondo. (Infatti non è più il petrolio il bene supremo, ma l’acqua che, con i cambiamenti climatici, andrà scarseggiando). Se per questo è vero, perchè nel tuo progframma elettorale appoggi la privatizzazione dell’acqua? Lo sai che questo significa la morte di milioni di persone per sete? Con questa logica di privatizzazione, se oggi abbiamo cinquanta milioni di morti per fame, domani avremo cento milioni di morti di sete. Sono scelte politiche che si pagano con milioni di morti.
Caro Walter, perchè quelle tue lacrime su Korogocho non le puoi trasformare in gocce d’acqua per i poveri? L’acqua è sacra, l’acqua è vita.
Caro Walter, perchè non puoi proclamare che l’acqua non è una merce, ma un diritto fondamentale umano, che deve essere gestita dalle comunità locali con totale capitale pubblico, al minimo costo possibile per l’utente, senza essere SPA?
Solo così potrai asciugare le tue lacrime e quelle degli impoveriti del pianeta, ma anche dei poveri del Nord come le classi deboli di questa mia Napoli. Chi dei nostri poveri potrà mai bere l’acqua del rubinetto, con bollette aumentate del 300%, come è avvenuto ad Aprilia (Latina)?
Caro Walter, sull’acqua ci giochiamo tutto, ci giochiamo la nostra stessa democrazia, ci giochiamo il futuro del pianet.
Caro Walter, non dimenticarti di quelle lacrime di Korogocho!

Alex Zanotelli

25
Mar
08

SINISTRA ARCOBALENO

SALUTE, SANITà, SICUREZZA SUL LAVORO

 Ma la Lombardia di Formigoni è veramente un modello?
E le liste d’attesa?
E gli ospedali pubblici?
E gli incidenti nei cantieri e nelle fabbriche?
Ne vogliamo parlare?
 
Lunedì 7 aprile
Ore 21
Sala consiliare Cassinetta di Lugagnano
P.zza Negri, 3
intervengono
Domenico Finiguerra
Sindaco di Cassinetta di Lugagnano
Giuseppe Landonio
Consigliere Comune di Milano
 
Mario Agostinelli
Consigliere Regione Lombardia
candidato al Senato per la Sinistra l’Arcobaleno
20
Mar
08

LA MALPENSA BOFFALORA SI FERMI A MAGENTA

 

 

 

 

 

 

 

 

Il 30 marzo verrà inaugurata la Boffalora-Malpensa. Un bel nastro d’asfalto in pieno Parco del Ticino. Con tanti saluti all’Unesco e alla riserva della Biosfera.

E negli ultimi giorni si sono susseguite le notizie di un’imminente avvio anche del proseguimento che da Magenta dovrebbe giungere fino alla tangenziale ovest a Cusago.
Ennessimo tentativo di “apertura delle danze” al saccheggio del territorio nella mezzaluna fertile (parco ticino e parco sud), che maldestramente ha già subito una falsa partenza ad opera dello zelante assessore leghista (ancora per molto?) Davide Boni, inventore dell’Ammazzaparchi, ritirato tra gli applausi di chi tiene all’ambiente e le rimostranze di chi evidentemente teneva ad altro. Ma l’assesosore Boni, spalleggiato incredibilmente dal presidente del Parco Ticino, ha già dichiarato che ci sarà modo e tempo di ripresentarlo.
D’altronde, talvolta chi va con lo zoppo, invece di aiutarlo a camminare, impara a zoppicare.

Comunque, resta ferma l’opposizione del Comune di Cassinetta di Lugagnano al proseguimento della Malpensa-Boffalora. Il nostro piccolo comune ha già presentato ricorso contro il progetto preliminare approvato dal CIPE.

Contrarietà manifestata anche all’incontro in Regione di mercoledì 19 marzo.

Si rinvia alla delibera approvata dal Consiglio comunale all’unanimità, atto che impegna il Sindaco e la Giunta ad opporsi, legalmente, amministrativamente e politicamente, ad ogni ipotesi che preluda alla realizzazione di collegamenti di tipo tangenziale sul territorio del Parco del Ticino

Ribadiamo quindi anche in questa sede il No a infrastrutture inutili e dannose per l’ambiente e la qualità della vita.
Confermiamo, invece, l’assenso alla messa in sicurezza delle strade esistenti (che versano in condizioni pietose e pericolose, per automobilisti, ciclisti e pedoni).
Sarebbe già una grande opera, con ricadute positive sui tempi di percorrenza dei pendolari, l’eliminazione dei samafori sulla Milano-Baggio (SP114), sulla Vigevanese (SS494).

Ma evidentemente non interessano i problemi dei lavoratori e dei pendolari.

Ciò che si vuole realizzare è il secondo anello tangenziale attorno a Milano, il nuovo limite alla grande metropoli, la nuova frontiera da conquistare.

Ma la resistenza non molla…

18
Mar
08

40 ANNI FA

Il 18 Marzo del 1968 Robert Kennedy pronunciava, presso l’università del Kansas, un discorso nel quale evidenziava -tra l’altro- l’inadeguatezza del PIL come indicatore del benessere delle nazioni economicamente sviluppate.

Tre mesi dopo veniva ucciso durante la sua campagna elettorale che lo avrebbe  probabilmente
portato a divenire Presidente degli Stati Uniti d’America.

OGGI, 18 marzo 2008, quarant’anni dopo, a BARI
inizia l’era del Benessere Interno Lordo

www.depiliamoci.it

lo SPOT 

il VIDEO dePILamoci

il TESTO DEL DISCORSO DEL 18 MARZO 1968 DI ROBERT KENNEDY.

“Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale
soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico,
nell’ammassare senza fine beni terreni.

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-
Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo
(PIL).

Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle
sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle
carneficine dei fine-settimana.

Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di
casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende
programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti
violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm,
missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare
la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli
equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa
che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi
popolari.

Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della
qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di
svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità
dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà
dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia
nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi.

Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la
nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né
la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che
rende la vita veramente degna di essere vissuta.

Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di
essere americani.” (Robert KENNEDY)

16
Mar
08

Bari in marcia contro la mafia

Estratto dal Manifesto di Sabato 16 marzo 2008

La piazza è esplosa (…) quando Vendola ha chiesto ai parenti delle vittime di mafia «scusa per i cannoli offerti in occasione di una condanna per mafia, perdono alla gente che è stata non solo ferita negli affetti più cari» ma anche, secondo Vendola, «ingannata tante volte da quelle istituzioni che invece di blindarsi e rendersi impermeabili a qualunque penetrazione, hanno invece scritto pagine di vergogna dal punto di vista della collusione con la mafia». I manifestanti hanno mostrato grande affetto per Vendola. «Si tratta certamente – ha commentato il governatore – di un affetto diverso di quello espresso per Totò “vasa vasa” Cuffaro e un po’ mi mette ansia. Perché la richiesta di legalità spesso non può essere risolta, come nel caso di Punta Perotti, restituendo il senso comune della bellezza dopo la violenza al bene comune. E’ un processo di liberazione, di ripubblicizzazione della memoria, della bellezza e del paesaggio».

16
Mar
08

16 MARZO 1978

Trenta anni fa l’eccidio di via Fani e il sequestro Moro”Oggi è il 16 marzo ed è il giorno della morte della scorta. Credo sia doveroso che l’attenzione si soffermi sulle persone che sono morte in via Fani. Non erano dei simboli, non erano dei boia, erano delle persone, delle brave persone, persone del popolo, persone buone piene di sogni, di speranze, di affetti che sono stati stroncati quel giorno”. Così Agnese Moro, figlia di Aldo Moro.
15
Mar
08

OKMUSIK

Domenica 16 marzo

dalle 19 alle 20
il sindaco di Cassinetta di Lugagnano
Domenico Finiguerra
ospite del programma radio di Sosteniamoci in onda su
13
Mar
08

“Il Pil è un’ideologia dei ricchi” Pratiche di decrescita possibile

Pubblicato su Il Manifesto 13 marzo 2008

L’aumento della produzione a tutti i costi riguarda la quantità crescente di merci. Non considera i beni che non si vendono e non si comprano ma arricchiscono tutti.

Il Pil è fermo. L’Italia non cresce. E’ un disastro. Oppure no. Per tutti quelli che credono nella decrescita, misurare la ricchezza di un paese in base al Pil è pura ideologia. La teoria del filosofo francese Serge Latouche è innanzitutto una pratica che in Italia ha prodotto diverse esperienze concrete e che si è tradotta nel Movimento per la decrescita felice e nella Rete per la decrescita, oltre che in mille esperienze, basta pensare ai i gruppi di acquisto e a qualche battuta di Grillo. Ma che significa decrescita, quali pratiche vengono attuate in Italia e in Europa? Non è un’utopia non compatibile con la macroeconmia mondiale?
Socialismo e liberismo hanno creduto entrambi nel progresso del mercato, scontrandosi sulla diversa distribuzione della ricchezza ma avendo come comune denominatore la merce, ovvero oggetti e servizi monetizzabili. Adesso che la contraddizione del capitalismo si misura anche con la questione ambientale il mito della crescita infinita in un mondo finito presenta tutti i suoi limiti, e colpisce al cuore non solo il capitalismo ma il centro delle teorie anticapitaliste dividendole tra sviluppiste e anti-sviluppiste, queste ultime spesso accusate di essere velleitarie o territoriali (quelle dei «no», dalla Tav agli inceneritori, quelle che operano nel micro ma non riescono ad avere un respiro globale, o addirittura conservatrici, autarchiche, per un ritorno quasi mistrico alla natura).
La realtà è più complessa. I teorici della decrescita distinguono merci da beni. Un bene è, per esempio, lo yogurt fatto in casa, ma anche l’abbattimento di spreco energetico. La decrescita non è una teoria anti-mercantile, piuttosto è una critica all’invasività del mercato, tende a ridurre la sfera di influenza delle merci. Produrre e consumare meno significa sfruttare meno materie prime, lavorare meno, produrre meno rifiuti, abbattere i consumi per il trasporto delle merci. I rifiuti, a Napoli e non solo? Sono prima di tutto il risultato della crescita. Meno lavoro vuol dire meno incidenti sul lavoro (per i credenti del Pil, anche il lavoro è solo merce). Meno trasporti vuol dire meno smog e meno morti sulle strade. Senza citare le guerre per le materie prime. Anche le armi sono merci e contribuiscono al Pil. Il Pil misura la quantità di ricchezza totale senza calcolare la sua distribuzione, ma soprattutto non calcola ciò che non si vende. Per questo sono stati studiati altri indici, il Bil (Benessere interno lordo), oppurre il Quars (Qualità regionale di sviluppo) persino il fantasioso Fil (indice di Felicità interna lorda). «Il difetto di questi indici – è dubbioso Maurizio Pallante, presidente del Movimento della decrescita felice – è che affiancano il Pil ma non lo superano e che i parametri qualitativi che tentano di misurare restano soggettivi». La bestemmia della decrescita pretende di partire dal basso e di agire per gradi senza contrapposizione frontale con il sistema capitalista. «Bisogna agire su tre livelli – spiega Pallante – gli stili di vita, la tecnologica non per aumentare la produttività ma per ridurre rifiuti e energia, e la politica. Per esempio, se un comune delibera che le case devono essere coibentate, si spreca meno per il riscladamento, in Alto Adige bastano 7 litri di gas per metro quadro all’anno contro i 20 litri della media nazionale. In Francia la decrescita ha prodotto un ricco dibattito teorico, in Italia tendiamo a metterla in pratica e sono in atto molti progetti». Ma è praticabile anche al di là di microesperienze? Problema: meno produzione e consumo significa meno posti di lavoro. «Non sempre, per coibentare le case si lavora». Ma si può sperare nella decrescita senza fare la rivoluzione? «E’ chiaro che un petroliere sarà contro, ma un imprenditore che opera con energie alternative a favore». Eppure se il mercato si riduce qualcuno dovrà pur pagarne le conseguenze. Le rendite, i ricchi. Mica semplice.




Domenico Finiguerra è il Sindaco di Cassinetta di Lugagnano.

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domenico.finiguerra@gmail.com

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