L’AMACA, 22 febbraio 2009
Febbraio 25, 2009
di Michele Serra
Leggendo un dotto intervento di Piero Ostellino mi sono imbattuto nella ripetizione (ennesima) del concetto politico più gettonato degli ultimi anni: la sinistra non ha più identità propria, e vive solo di antiberlusconismo. Visto che lo dicono tutti dev’essere vero, mi sono detto. Ma ho anche aggiunto (ormai parlo da solo, come gli anziani e i matti) che magari, oltre a essere vero, è anche inevitabile. E cioè: il berlusconismo riassume così perfettamente ciò che le persone di sinistra non sopportano (ricchezza offensiva, ignoranza del limite, spregio per la cultura, clericalismo in campo etico e classismo anticristiano in campo sociale, più il resto che non sono spiccioli) da rendere ovvia la speranza che prima o poi questo momento deprimente e pericoloso della storia italiana finisca.
Piuttosto, vorrei chiedere a Ostellino: invece di chiedersi perché quelli di sinistra sono antiberlusconiani, perché non si chiede più spesso come fanno i liberali come lui a non esserlo? Chi non ha l’affanno, beato lui, di patire Berlusconi come una malattia di questo povero paese, è forse democraticamente più perspicace, più vigile e più coerente? E se venisse un giorno, caro Ostellino, che essere stati contro Berlusconi vorrà dire semplicemente essere stati a favore dei diritti delle persone, delle leggi repubblicane e della democrazia?
La storia delle cose 1
Febbraio 25, 2009
Annie Leonard ci spiega qual’è il problema della corsa al consumismo iniziata negli anni 50. Il perchè oggi ci stiamo dirigendo contro un muro.
La trappola del partito
Febbraio 17, 2009
di Concita De Gregorio, Direttore de l’Unità – Fondato da Antonio Gramsci nel 1924
17 febbraio 2009
I due giorni che abbiamo appena trascorso sono stati i più bui nella breve storia del Partito democratico. Delle sue oligarchie, per l’esattezza: punite con severità assoluta da un elettorato stanco di lotte intestine e clandestine, dei giochi di potere sotterranei eppure così visibili, di mezze frasi dovute alla stampa e sorrisi di fratellanza esibiti ai fotografi da un residuo e sempre meno convinto obbligo di decenza. Dalla necessità di nascondere una lotta fratricida fatta di colpi bassi e bassissimi: una guerra che mai si cura del bene comune, dell’alleanza politica, dell’interesse pubblico, delle città e delle Regioni, delle persone che ci vivono, del Paese. Una politica dimentica di essere al servizio del Paese e dei cittadini, convinta che i cittadini siano al suo servizio: serbatoio di voti da usare alla bisogna come merce inerte. Gli oligarchi hanno ancora una volta giocato la loro partita a scacchi, fieri di escogitare ogni giorno nuovi trucchi, inedite strategie di offensiva reciproca. Gli elettori li hanno puniti: esausti, esasperati, nauseati fino al punto di farsi del male, pratica che del resto nel centrosinistra è consueta.
La bella e netta vittoria di Matteo Renzi alle primarie fiorentine segna il punto più basso della storia del partito che da solo fino all’altro ieri ha governato la città, che l’ha retta per decenni con maggioranze assolute e spesso “bulgare”, si diceva una volta. Gli eredi dei Ds hanno giocato ad ostacolarsi a vicenda in una trama che coinvolge ora anche gli epigoni della tradizione democristiana e che dunque vede sconfitto il cattolico Pistelli (candidato della segreteria), duramente sconfitto Michele Ventura (messo in campo all’ultimo minuto contro di lui dall’ala rivale), dignitosamente sconfitta l’unica donna che pure ha scontato l’impopolarità di un partito che il sindaco uscente ha più d’una volta apertamente criticato, per tacere del massacro che è stata la vicenda Cioni. Onore dunque alla vittoria di Renzi, trentenne presidente della Provincia gradito anche da un elettorato moderato e moderatissimo. Vince un giovane che si presenta come estraneo agli apparati, sebbene non esista Alice in un paese che ha perso ogni meraviglia. Renzi è il metro esatto della saturazione dei cittadini: un segnale definitivo di voglia di cambiare, l’ultimo.
Il tracollo catastrofico del centrosinistra sardo dentro il quale Renato Soru ha avuto successo personale molto alto (di 4 punti la sua distanza da Cappellacci, di 14 quella fra gli schieramenti nei dati provvisori della sera) racconta di un Pd che ha scelto di uccidersi piuttosto che provare a esistere. Soru è stato battuto dallo strapotere mediatico ed economico del premier, certo: un’offensiva senza precedenti che affonda nel burro di un’Italia indebolita allo stremo dalla lusinga perpetua della prepotenza del denaro e del disprezzo delle regole. Ma è rimasto vittima, Soru, anche della trappola del suo stesso partito. Quello che aveva apertamente sfidato e che nelle province rosse è arrivato ad esercitare il voto disgiunto contro di lui. Una vendetta. Uno sfregio che chi poteva non ha voluto o saputo evitare. Basta, ha detto il voto. A una sola cosa serve toccare il fondo quando non uccide. A risalire leggeri, sulla terra leggeri.
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APPELLO PER SORU
Febbraio 14, 2009

L’Appello al voto per Renato Soru promosso da eddyburg.it
Chi conosce lo stato di sfacelo in cui versa il paesaggio italiano, chi sa che il peggio potrebbe ancora venire, chi è preoccupato per la crescita continua e dissennata del suolo urbanizzato, chi è contrario all’urbanistica contrattata, chi pretende che si modifichi radicalmente il modo di governare il territorio, chi è convinto che per invertire l’attuale disastrosa situazione non si può che partire dalla tutela e dalla valorizzazione dell’identità culturale dei luoghi: tutti coloro che condividono le nostre preoccupazioni e le nostre speranze devono impegnarsi a sostenere la candidatura di Renato Soru a presidente delle regione Sardegna. Soru è l’unico politico italiano che ha saputo proporre e praticare una politica urbanistica fondata sulla prevalenza dell’interesse pubblico e non della proprietà fondiaria come succede ormai quasi dovunque. Noi contiamo su una straordinaria affermazione di Soru affinché la sua impostazione politica si estenda dalla Sardegna al resto d’Italia.
17 gennaio 2009
Vezio De Lucia, urbanista
Maria Pia Guermandi, archeologa
Antonio di Gennaro, agronomo
Sandro Roggio, urbanista
Antonietta Mazzette, sociologa
Giovanni Losavio, magistrato
Marisa Dalai, presidente “Bianchi Bandinelli”
Gabriella Corona, storica
Vittorio Emiliani, presidente Comitato per la bellezza
Luigi De Falco, urbanista
Margherita Signorini, consigliere nazionale Italia nostra
Piergiorgio Bellagamba, urbanista
Valeria Santurelli, architetto
Mauro Baioni, urbanista
Bernardo Rossi Doria, urbanista
Rita Paris, archeologa
Giuseppe Barbera, agronomo
Pierluigi Cervellati, urbanista
Alessandro Dal Piaz, urbanista
Dana Vocino, architetto
Sergio Brenna, urbanista
Carlo Paris, giornalista
Agostino Cassaro, dirigente d’azienda
Gigliola Corradini, imprenditrice
Dea Allegretti, insegnante
Maria Grazia Filetici, architetto
Paolo Nicoletti, geologo
Mauro Parigi, urbanista
Ugo Leone, geografo
Roberto Mannocci, consigliere nazionale Italia nostra
Dario Franchini, urbanista
Georg Frisch, urbanista
Alessandro Agostinelli, scrittore
Luisa Calimani, urbanista
Luigi Montano, medico
Gilberto Marselli, sociologo
Giuseppe Boatti, urbanista
Gaia Pallottino, ambientalista
Paolo Carrozza, avvocato
Anna Pacilli, giornalista
Giovanni Pizzuti, studente
Paolo Fornai, ingegnere
Olimpia Niglio, architetto
Teresa Liguori, consigliere nazionale Italia nostra
Walter Palmieri, ricercatore Cnr
Michele Sacerdoti, ambientalista
Mauro Borromeo, ambientalista
Enrico Prevedello, urbanista
Veronica Dini, avvocato
Martina Landesberger, architetto
Enrica Negri, architetto
Rolando Mastrodonato, ambientalista
Gabriele Berti
Gianni De Falco
Argia Morcavallo, architetto
Fabrizio Cinquini, architetto
Carlo Meletti, geologo
Orsola Bolognani, ingegnere
Elio Altese, ingegnere
Marta Battaglia, architetto
Laura Andreazzoli, geologo
Giuseppe Ottria, geologo
Sergio Lironi, architetto
Vieri Quilici, architetto
Chiara Prosperino, architetto
Edoardo Salzano, urbanista
Marina Foschi, architetto
Piero Bevilacqua, storico
Adriano La Regina, archeologo
Antonio Pinelli, storico dell’arte
Bruno Toscano, storico dell’arte
Andrea Emiliani , storico dell’arte
Desideria Pasolini dall’Onda, fondatrice Italia Nostra
Carlo Gasparri, archeologo
Ugo Mazza , consigliere regionale SD Emilia Romagna
Nino Criscenti, giornalista
Susanna Taddei, architetto
Elisa Cicconetti, avvocato
Luisa Ravanello, urbanista
Claudio Benenati, avvocato
Paolo Berdini, urbanista
Maurizio Andruetto
Monica Deri
Ignazio Camarda, docente universitario
Jacopo Gardella, architetto
Lodovico Meneghetti, urbanista
Giovanni Caudo, urbanista
Umberto Cao
Loredana Mozzilli, architetto
Vittorio Caporioni, architetto
Maurizio Garano, economista
Antonio Perrotti, architetto
Ernesto L. Francalanci, docente universitario
Roberto Pasqualetti, architetto
Mario Pasqualetti, architetto
Bianca Bottero, architetto
Leandro Janni, presidente Italia nostra Sicilia
Paolo Grassi, architetto
Andrea Malacarne, architetto
Maria Rosa Vittadini, urbanista
Andrea Bianco, ingegnere
Andrea Innamorati, sociologo
Francesca De Lucia, architetto
Antonella Arduini
Catia Temperini
Stefania Arduini
Claudia Terzani, statistica
Patrizia Pennazza, sociologa
Nicola Gagliardi, architetto
Emanuele Peschi, precario
Alessandro Abaterusso, architetto
Luciano Monticelli, assessore lavori pubblici, Roma 3
Bruno Bonanni, architetto
Giulietta Rak, ricercatrice
Mirko Lombardi, ambientalista
Roberto Musacchio, parlamentare europeo
Enzo Funari, biologo
Paolo Leon, economista
Maurizio Antonio Petrachi, impiegato
Vito Stricchiola, docente
Monica Giansanti, insegnante
Riccardo Rifici, funzionario ministero Ambiente
Rosalinda Brucculeri, ecologa
Andrea Giunti
Caterina Vollono, biologa
Dario Ticozzi, commerciante
Giuliana Serrini, sociologa
Paola Guglielmi
Roberta Ratti, pensionata
Antonella Chessa
Marco Ceraglia
Janet Smith
Carmine Donzelli, editore
Benedetta Origo, operatrice culturale
Fernando Ferrigno, giornalista televisivo
Mario Torelli, archeologo
Paolo Ceccarelli, architetto
Giorgio Massignan, architetto
Alessandro Tutino, urbanista
Carlo Iannello, docente universitario
Francesco Iannello, giornalista
Francesco De Notaris, già Senatore della Repubblica
Andrea Giura Longo, architetto
Claudio de Fiores, docente universitario
Roberto Gambino, urbanista
Maria Carla Baroni, dirigente politica e poeta
Paolo Baldeschi, docente universitario
Alberto Magnaghi, docente universitario
Gigi Mazza, professore universitario, urbanista
Alfredo Caprioli, dirigente Istituto Superiore di Sanità
Giancarlo Torricelli, segretario PRC Lazio
Patrizia Roselli, associazione per la Sinistra di Viterbo
Ghigo Rossi, naturalista zoologo
Piero Tola
Maria Giovanna Arghittu
Elena Gajani Monguzzi, traduttrice
Paola Guglielmi, tecnico psicologo
Giovanni Parente
Olimpia Mastroianni, impiegata
Ambra Giordano, avvocato
Laura Orgiana, insegnante
Giovanni Brizzi, docente universitario
Valeria Cicala, antichista
Marianna Verde, informatica
Maria Naccarato , architetto
Gianfranco Rondini , architetto
Stefano Commanducci, architetto
Domenico Finiguerra, sindaco Cassinetta di Lugagnano
DIALOGHI VIRTUOSI
Febbraio 14, 2009

Fino domenica a Melpignano (LE) vanno in scena “DIALOGHI VIRTUOSI“, una tre giorni di incontri, convegni, presentazioni di libri e momenti conviviali per parlare insieme di decrescita felice, rifiuti zero, risparmio energetico, buone prassi.
Decine di amministratori provenienti da tutta Italia racconteranno le loro esperienze in corso di sperimentazione per la riduzione dell’impronta ecologica della macchina comunale. Ospiti illustri della manifestazione Beppe Grillo, Maurizio Pallante, Sandro Ruotolo, Piero Pelù e il Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola.
E’ possibile seguire in diretta i lavori dell’assemblea dei Comuni Virtuosi e di tutte le conferenze a questo link. Buona visione!
http://dialoghivirtuosi.wordpress.com/diretta-web
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PER NON DIMENTICARE
Febbraio 9, 2009

Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (ADSN).
Roma 11 febbraio 1950
Il Territorio d’Italia è malato, ma davvero c’è chi lo vuol curare …
Febbraio 4, 2009
di Alessandro Mortarino.
A Lomazzo (provincia di Como) da settimane accade che cittadini “normali” si siano attrezzati di secchio e pennellessa ed abbiano iniziato ad incollare il testo del manifesto nazionale del neonato Movimento per lo “Stop al Consumo di Territorio” (con il suo dinamico ed artistico logo, vagamente “scolpito”) sui muri della loro città. Non paghi, hanno anche autonomamente avviato una raccolta firme attraverso colorati banchetti lungo vie, piazze e mercati, per far aderire alla campagna più concittadini possibili …
Ad Asti ed Alba (o, meglio, lungo colline e piane di Langhe, Roero, Monferrato ed Astigiano) l’idea di un censimento completo del patrimonio edilizio esistente (civile ed industriale) inizia “timidamente” ad approdare nelle sale comunali e in quelle delle amministrazioni provinciali.
Lungo l’Appennino bolognese, tra Grizzana Morandi e Marzabotto, non sono molti i singoli sottoscrittori dell’appello nazionale, ma capita che uno di loro chieda alla segreteria del Movimento “che cosa posso fare io per sostenere e sviluppare questa iniziativa nella mia zona ?” e ci vuole un attimo, attraverso qualche scambio di mail, per organizzare un gruppo locale di persone che, ovviamente, si conoscono già da anni (il mondo è piccolo, soprattutto il mondo della gente sensibile …) ma che non avevano ancora minimamente pensato di poter mettere assieme le loro aspettative individuali e collettive e porle in rete con le migliaia di primi sostenitori dello “Stop al Consumo di Territorio”: Urbanisti, Architetti, divulgatori, ambientalisti, gente comune.
La stessa cosa accade tra Livorno e Campiglia Marittima, nel parmense, in Veneto, nell’intero hinterland milanese, a Rivalta di Torino, in Toscana, in Val Belluna, nel Salento, a Riparbella, Binago, Carpi …
In ogni luogo, insomma, dove quella che a noi piace definire come la irrefrenabile “incontinenza delle città” rappresenta il reale scenario drammatico di una imminente emergenza dietro l’angolo; dove piani regolatori formalmente approvati incontrano la vera regola vigente, cioè quella della “Santa Variante per la Nuova Colata”; dove il “bisogno” non è quello dei cittadini ma piuttosto quello delle casse comunali in sofferenza. In ogni caso, insomma, ecco sollevarsi il grido di dolore e l’urlo della reazione.
Non è un’onda né uno tsunami, ma qualcosa di più “strutturale”. Perfettamente in linea con quell’immagine che campeggia nella home page del sito della campagna nazionale http://www.stopalconsumoditerritorio.it , dove l’acuta sintesi di ironia e tecnica di Virginia Scarsi ha rielaborato la visione dall’alto di un qualunque angolo della nostra penisola. Inizialmente ricco di verde, poi lentamente sempre più compromesso dal dilagare del grigio del cemento. Che, alla fine, raggiunge la supremazia. Compare allora la scritta “Game Over”, come in un videogioco; e subito dopo “Play Again”. E l’ammonizione: “ma nella realtà tu non puoi ritornare all’inizio del gioco” …
Questa è un po’ la fotografia del primo mese e mezzo di spontanea campagna di un Movimento (che qualcuno ha definito “un po’ naif”, scatenando l’immensa gioia dei suoi promotori) che sta affermando la cosa apparentemente più semplice di questo mondo, ovvero che è ora di fermare le abitudini al continuo estendersi di aree residenziali e di complessi artigianali e/o industriali a danno di aree verdi e suoli agricoli. Ora e subito. Finché siamo ancora in tempo. Anzi: nonostante la situazione sia già gravemente compromessa.
Fermare i piani regolatori, le lottizzazioni in corso, le varianti in discussione ecc. e provvedere ad una necessaria e non più rinviabile opera di censimento del patrimonio edilizio esistente e sulla base di quei dati (misurati in termini di metri cubi cementificati, di abitazioni vuote e di capannoni abbandonati ovvero non occupati da attività), riconsiderare ogni tipo di pianificazione futura.
Un messaggio “contro” ? Che vuole minare le già tremolanti gambe del comparto edile italiano, che vale una rilevante quota del Pil nazionale ?
Oppure uno stimolo a riconsiderare la civiltà del consumo, proprio oggi che l’evidenza della globalizzazione costringe chiunque e ovunque a riprogettare nuove forme e nuovi modelli di società ?
Chi dice “Stop al Consumo di Territorio” sa di essere sull’esatto crinale tra vecchio e nuovo e sa di affrontare non un problema di classe ma un’esigenza diffusa: un fattore culturale.
Il messaggio, infatti, è stato fin qui percepito con un diffuso senso di liberazione: “era ora che qualcuno lo dicesse a chiare lettere”; “come avete fatto ad interpretare il mio pensiero, ciò che sta accadendo a casa mia ?”.
Come se il “mio” problema non fosse, in realtà, il problema “di tutti” …
I prossimi mesi ci diranno se la strada è quella giusta.
Una strada assolutamente politica. La politica di cittadini e municipi che vogliono separare la salute dei bilanci comunali e la difesa del bene comune dal ricatto violento della moneta corrente derivante dagli oneri urbanistici. Come ha già saputo fare Cassinetta di Lugagnano, scegliendo e non facendosi scegliere.
Come si accingono a ragionare i municipi aderenti all’Associazione dei Comuni Virtuosi o quelli della Rete del Nuovo Municipio.
Partecipazione di tutti alle scelte delle nostre comunità e definizione dei bisogni sembrano sempre più essere le pietre miliari di un nuovo percorso di riappropriazione del bene comune.
Per questo, “Stop al Consumo di Territorio” è essenzialmente un messaggio culturale e politico. Trasversale.
Liste civiche si ispireranno tra breve al suo manifesto nazionale. Forse anche qualche Partito farà la stessa cosa (già si intravvede qualche candidato alle primarie sbandierare il nostro manifesto nazionale come programma della “sua” iniziativa politica …).
Perché c’è un confine tra Movimento di opinione e Rappresentanza politica: il primo definisce un quadro sociale/ambientale, scandaglia bisogni, definisce obiettivi ed agisce per raggiungerli. La seconda recepisce l’input e promulga (se maggioranza) oppure propone alternative (se minoranza).
Su un tema come il consumo di suolo e di territorio (come d’altra parte per la salvaguardia dell’acqua, dell’aria, del fuoco …) solo un bagaglio di nuova cultura può modificare l’esistente, rigenerare una coscienza diffusa.
E se saremo tutti tenaci nel sostenere le nostre ragioni (e a non rilasciare più – mai più – “deleghe in bianco”) la salvaguardia del nostro spazio vitale sarà una delle chiavi di volta di un nuovo scenario sociale …
Da Malpensa a Boffalora il deserto sulla bretella
Febbraio 1, 2009
La Repubblica, ed. Milano, 1 febbraio 2009
di Stefano Rossi
Costata 208 milioni per 18,6 km di percorso con 16 gallerie, due viadotti e otto svincoli, la bretella Malpensa-Boffalora della statale 336 è percorsa oggi da poco più di 10mila veicoli al giorno contro una portata di 90mila. Effetto dell’incapacità della Regione, secondo le accuse degli ambientalisti, di programmare le strade dove servono. E anche quando servono, visto che la bretella, pensata per collegare l’aeroporto all’autostrada Milano-Torino, è stata completata dieci anni dopo l’apertura di Malpensa 2000 e addirittura inaugurata a fine marzo del 2008, in coincidenza con il taglio dei voli deciso da Alitalia. Di qui le preoccupazioni ecologiste per il programma di infrastrutture previste nella regione, otto progetti per un totale di quasi 470 km. «Polemiche strumentali», risponde dal Pirellone l’assessore alle Infrastrutture, Raffaele Cattaneo.
Le possibilità per la bretella di recuperare a breve redditività con un maggior utilizzo appaiono scarse. L’altro pezzo della 336, da Busto a Malpensa, percorso da 80mila veicoli al giorno quando lo scalo della brughiera andava a pieno regime, è sceso a 50mila. Il che, di per sé, non è un male, visto che era giunto praticamente alla saturazione. Tuttavia secondo Dario Balotta, per anni segretario regionale Cisl dei Trasporti e ora esperto per Legambiente, «occorre fare attenzione al consumo inutile di territorio. A cosa ci servono i 68 km della Broni-Mortara e i 67 della Cremona-Mantova, autorizzate dalla Regione? E la stessa Brebemi, altri 55 km, che a dieci km di distanza ha la A4, ormai decongestionata grazie alle quattro corsie fino a Bergamo?».
«Oggi la bretella Malpensa-Boffalora, che già è costata moltissimo, è del tutto sproporzionata rispetto alle esigenze – insiste Balotta – ci passa un’auto ogni tanto. Ricordo che il Malpensa-Express ha lo stesso problema: 54 treni al giorno che nemmeno nel periodo migliore sono andati oltre la metà dei seimila passeggeri previsti per convoglio. Con l’aeroporto nelle condizioni che sappiamo, non possiamo lasciare 54 treni vuoti. Apriamoli ai pendolari riducendo il biglietto e aumentando le fermate».
Il quadro delle infrastrutture promosse da Regione e Anas è completato dalla Pedemontana (87 km), dal tratto lombardo della Tibre, la Tirreno-Brennero (85), dalla Tangenziale est esterna (35), dall’autostrada della Valtrompia (35) e dalla Boffalora-Milano (35). Quest’ultima è la strada prevista nel parco del Ticino che prosegue la bretella, scendendo a sud da Boffalora verso Magenta, Robecchetto sul Naviglio e Cassinetta di Lugagnano e da Albairate a Milano si converte in riqualificazione della provinciale 114. «Inutile, anzi dannosa – la bolla il sindaco di Cassinetta, Domenico Finiguerra – il traffico dalla nostra zona a Malpensa non è mai stato eccezionale eppure la si vuole rendere praticabile a 120mila veicoli al giorno». Anche Albairate e Cisliano avevano fatto ricorso al Tar.
Tutte critiche «strumentali», per l’assessore Cattaneo: «A parte Cassinetta, gli altri Comuni sono tutti favorevoli. Il collegamento da Malpensa a Boffalora e la sua prosecuzione in funzione dello sbocco sulla tangenziale Ovest garantiscono un anello autostradale attorno a Malpensa, un secondo asse se l’Autolaghi è bloccata. Opere che hanno un valore in sé per un aeroporto che rimane il principale del Nord, nell’intendimento della Regione e nei numeri».
