di Ilvio Pannullo – 25/06/2009

Fonte: Altrenotizie [scheda fonte]

Al solito, tutto inizia in Francia. Come racconta Alessandro Cisilin, su Galatea European Magazine, le tradizionali spese parigine del sabato hanno incontrato il 13 giugno scorso una brutta sorpresa, coi supermercati semivuoti. Su iniziativa della Fnsea (“Fédération Nationale des Syndicats des Exploitants Agricoles”) e di Ja (“Jeunes Agriculteurs”) i contadini, armati di forconi, pale, trattori, cumuli di terra e perfino gli stessi carrelli dei supermercati, hanno completamente bloccato dal giovedì precedente i principali centri di smistamento della grande distribuzione. L’obiettivo dichiarato dal suo leader Lemétayer era bloccarne una trentina. Ne sono stati occupati quarantuno, e cioè oltre la metà delle fonti di approvvigionamento del paese. Motivo della protesta, le contrazioni nel prezzo pagato dagli intermediari nell’ultimo anno, senza giustificazione nella crisi.

Spesso si dimentica infatti che nei momenti di difficoltà per l’economia gli sciacalli della finanza trovano ampi spazi per le loro manovre speculative. Quando tutto va giù è facile giocare al ribasso più di quanto la situazione non richieda e poi lucrare comprando a 1 quello che varrebbe 10. Quando oggetto delle contrattazioni sono quelle maniacali strutture di alchimia finanziaria, si può anche far finta di non vedere gli effetti che questo produce nell’economia reale; ma se a rimetterci – come in questo caso – sono i lattai e gli agricoltori è segno evidente che qualcosa debba cambiare. Come puntualizza più che giustamente il giornalista: “La crisi c’è e, diversamente da quanto argomentato da qualche ministro europeo, non arricchisce i meno abbienti con meccanismi deflazionistici ma allarga e aggrava la povertà. La dimostrazione, tra le altre, é che i consumi alimentari, solitamente mattone indistruttibile rispetto alla congiuntura economica, si sono anch’essi sensibilmente ridotti”. Accade in Francia, accade in Italia, accade in tutto l’occidente civilizzato.

Ad essere malata non è, però, la sola rete della distribuzione, ma piuttosto l’intera struttura dell’industria alimentare. Da quando con l’avvento dei petrolchimici il settore agricolo ha ceduto il passo all’industria agroalimentare, con i derivati del petrolio ad intossicarci l’esistenza non solo attraverso i fumi delle fabbriche, ma nascosti nel cibo, considerati come un’inevitabile conseguenza della crescita forzosa delle economie, anche l’attività più antica del mondo si è trovata inevitabilmente a dover scendere a compromessi con le logiche sempre più aggressive del liberismo. Tra le cause di distruzione degli ecosistemi la produzione di cibo risulta infatti essere al primo posto. Si continua a fingere di non comprendere che oltre a sfiancare il territorio le tecniche alimentari e, più in generale, l’onnipresente logica di sovrapproduzione svilisce il valore del cibo e di chi quel cibo plastificato lo consuma.

Accade così che l’uomo non sappia organizzare e gestire il territorio, ma lo usi semplicemente per i suoi scopi, in maniera indiscriminata e senza una prospettiva sostenibile né da un punto di vista strettamente agricolo né, tanto meno, da un punto di vista sociale. È necessario, invece, prendere coscienza dell’evidenza che la gastronomia non è intrattenimento, non consiste e non si esaurisce nel ricettario da cui sono invase riviste e rubriche televisive. La gastronomia è un atto politico, economico, etico. Anche la coltivazione e lo spostamento del cibo producono uno squilibrio nel pianeta, lo inquinano, ne esauriscono le risorse. E nessuna delle innovazioni tecnologiche di cui la produzione si serve favorisce la qualità di quel che arriva sulle nostre tavole. Semplicemente aumenta la produttività di terreni, piante, animali già esauriti nella loro capacità di rigenerarsi naturalmente.

La qualità è un diritto e un valore, non un lusso, non un eccesso di cui solo pochi possono godere. Il cibo è salute, diventa parte di noi, siamo noi. Dunque com’è possibile che l’opinione pubblica ignori o superi agevolmente il problema di capire cosa c’è in quel che mangia e quali conseguenze produca il modo in cui si nutre? L’esperienza francese – ma più in generale il corso della storia – ci insegna che le grandi rivoluzioni iniziano dal basso e dalle piccole cose, similmente a quanto accade in natura.

Come l’innocuo getto d’acqua di una fonte di alta montagna arriva, passando per il fiume, ad esprimere la devastante forza di una cascata, così anche oggi gli agricoltori francesi, all’occorrenza, sanno uscire dai terreni e compattarsi in strada. A muoversi stavolta sono stati almeno settemila. Proteste analoghe avevano indotto il governo a istituire il dicembre scorso un Osservatorio dei margini di profitto applicati dai distributori. Nulla però è cambiato nella tendenza a falcidiare i redditi agricoli. Nei giorni della protesta i vertici della distribuzione hanno mobilitato i propri dipendenti in azioni di disturbo dei blocchi dichiarando al contempo che le proteste dei contadini non intaccavano l’offerta nei supermercati. Nella guerra delle cifre però parlano le fotografie e i video diffusi dai cittadini e dai lavoratori. Il blocco è riuscito al di là delle attese, e molti scaffali rinviavano a scenari bellici. Quando si dice l’arroganza del potere.

In Francia però gli intermediari agricoli hanno a che fare con una categoria di produttori che, seppur dispersa territorialmente e scarsamente sindacalizzata, quando s’incazza, si muove da far paura. “Come sanno alcuni storici – si legge nell’articolo – la Rivoluzione Francese non esplose nel 1789. Nacque tre secoli prima, quando i contadini di molti villaggi conquistarono la proprietà dei loro terreni e ottennero che l’amministrazione locale venisse affidata ad assemblee elettive, in alcuni casi perfino a suffragio universale. La successiva Rivoluzione non scaturì dunque dalla frustrazione dell’arretratezza bensì al contrario dal permanere anacronistico di alcuni privilegi nobiliari e clericali rispetto al tessuto sociale, economico e politico più avanzato d’Europa.”

Ora come allora appare impensabile continuare sulla strada fin qui percorsa. Le rivendicazioni, sempre crescenti, di giustizia e di equità sociale si integrano male e stonano tragicamente con il disegno che fa da sfondo alla nostra civiltà in questo frangente storico. Ci si interroga, infatti, sul come sia possibile che ci si preoccupi di spendere molti più soldi per un indumento che rimane all’esterno della nostra persona rispetto a quelli spesi per qualcosa che diventa nostra materia e sostanza. Il mercato, insomma, ha posto e imposto le proprie regole e il consumatore non ha tempo, mezzi o voglia di intervenire, di prendere coscienza, di agire in ogni piccolo atto della quotidianità in maniera globale. Mangiare cibi di stagione, non pretendere uniformità dalla produzione, abituarsi a consumare meno ma meglio, assicurarsi che non ci sia sfruttamento umano dietro il cibo che si compra è condizione sufficiente e necessaria per creare i presupposti per un’agricoltura più sana e più socialmente giusta; assicurarsi insomma di non lasciarci cadaveri e deserti alle spalle è il senso degli interventi che si dovrebbero attuare, a livello individuale prima e collettivo poi.

Come si legge nell’articolo “la stessa “Fédération d Commerce e de la Distribution” si è trovata costretta in poche ore a cambiare strategia, passando dall’ostentata sicurezza del nulla di fatto all’allarmismo, con la denuncia del rischio di un “crollo nelle forniture dei prodotti alimentari di base del cinquanta per cento”, nonché di conseguenze occupazionali”. Alla conclusione dell’incontro ministeriale solo la metà delle occupazioni era terminata. Poi è arrivata la promessa del ministro dell’Agricoltura Barnier: “Generalizzeremo i controlli sui prezzi della grande distribuzione e sanzionerimo quando sarà il caso” – ha promesso – riconoscendo la “legittimità delle richieste contadine in materia di trasparenza sui costi” e annunciando un’apposita “brigata” governativa incaricata delle verifiche. Nei giorni successivi alla promessa governativa un’apparente calma è tornata a regnare nelle campagne francesi. Di nuovo, però, i sindacati hanno concesso un mese di tempo. Dinanzi all’assenza di risultati reali non mancheranno alla promessa di tornare all’azione.

In Francia le rivoluzioni cominciano dalle campagne, sebbene il fatto sia caduto nell’oblio storico, oscurato dalle vicende settecentesche di Parigi. Ed è la terra il simbolo proclamato della sua moderna nazione, contro le tentazioni “etniche” e contro l’identificazione “di sangue” che cementa l’unità tedesca al di là del Reno. Nulla di strano che siano stati proprio gli agricoltori il mese scorso a suonare la carica della protesta, svuotando gli scaffali dei supermercati cittadini. Proprio mentre la nuova manifestazione unitaria dei sindacati dell’industria e dei servizi registrava un relativo flop, la campagna sapeva far sentire la sua voce contro gli affaristi urbani dei prezzi alimentari. Con un miliardo di affamati nel mondo forse è il caso di prendere esempio da loro che di rivoluzioni ne sanno qualcosa.

 

Tante altre notizie su www.ariannaeditrice.it

Perugia, 29 giugno 2009 – Alla vigilia del G8, Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace, ha rilasciato la seguente dichiarazione:
 
“Incredibile, ma vero. Il G8 costa più dell’intero bilancio che l’Italia dedica alla lotta alla povertà. 400 milioni di euro contro i miseri 321,8 milioni stanziati quest’anno dal governo italiano per lottare contro la morte per fame e la miseria nel mondo. Una vergogna che getta un’ombra inquietante sul vertice che si sta per aprire a L’Aquila.
 
Nonostante il fumo mediatico che è stato innalzato attorno a questo evento, lo scandalo non può essere cancellato. Quest’anno ci sono cento milioni di persone in più che muoiono di fame e il nostro governo butta 400 milioni di euro o forse più per organizzare un vertice. Salvo poi dire che la crisi gli impedisce di mantenere gli impegni internazionali contro la povertà. O, peggio ancora, fare, come accadrà all’Aquila, nuovi annunci e distribuire nuove promesse. Tutto questo è intollerabile.
 
E’ noto che i problemi dell’umanità non si risolvono con i vertici.
Ma con un lavoro quotidiano sistematico e coerente in istituzioni internazionali democratiche ed efficienti. E tuttavia, se davvero fosse necessario riunire gli otto paesi più industrializzati, si potrebbe fare, senza troppi costi aggiuntivi, in una delle tante sedi istituzionali esistenti nel mondo.
 
Il problema è ancora più serio, perché in un mondo che cambia rapidamente, la formula (G8) è ormai palesemente obsoleta. Tant’é che dal G8 si sta rapidamente passando al G20 e ogni anno gli organizzatori di turno sono costretti ad allungare la lista degli invitati.
 
Per questo al primo punto dell’Agenda del G8 dell’Aquila ci dovrebbe essere un obiettivo ragionevole: abolire queste costosissime parate annuali inconcludenti e investire sulle istituzioni internazionali (democratiche o da democratizzare) come l’Onu che possono davvero fare la differenza.
 
In attesa che il sogno si avveri, vale la pena di ricordare che:
 
1. i “grandi” che s’incontreranno in Italia detengono potere, risorse e mezzi in grado di determinare, nel bene e nel male, le condizioni di vita e il futuro di tanta parte dell’umanità. Su di loro pesa come un macigno la responsabilità di aver fatto tante promesse e di non averle ancora mantenute. Non basterà una foto sulle macerie del terremoto per liberarsene;
 
2. nei prossimi giorni, all’Aquila, si consumerà una grande messa in scena mediatica sulla pelle dei terremotati che forse riceveranno in dono il restauro di qualche monumento ma non quello che più desiderano: una ricostruzione certa e condivisa. Se dopo il terremoto, Berlusconi avesse annullato il G8 e versato la somma risparmiata agli sfollati dell’Abruzzo i benefici sarebbero stati più grandi ed efficaci;
 
3. nessuno conosce davvero i conti di questo G8. Bertolaso ha detto che sono stati impegnati 500 milioni di €. Poi si è parlato di risparmi ma la confusione delle cifre è totale. Una gran parte è stata spesa in Sardegna. Qualche decina di milioni sono stati spesi per le riunioni preparatorie. Altri sono stati spesi all’Aquila per accogliere e proteggere i leader mondiali. Altri ancora ne verranno spesi in questi giorni. Possibile che nel nostro paese non si possa sapere realmente quanto ci è costato questo G8? Da dove sono stati presi i fondi? A quali altre attività sono stati sottratti? Il Parlamento dovrebbe esigere un bilancio completo e dettagliato. Indovinate un po’ chi pagherà il conto?”
 

VIVA IL G8…

Giugno 25, 2009

Alla vigilia del G8 2009, mi rinfresco la memoria con il G8 2008…

Dal G8 di Tokio arrivano importanti notizie per l’ambiente, per il futuro del pianeta e dei popoli che lo abitano.

I mutamenti climatici? C’è tempo fino al 2050! I “grandi (?)” governanti affrontano il problema del surriscaldamento del pianeta e delle emissioni di gas serra, rinviandolo alle prossime generazioni. Complimenti e disgusto.

Il pianeta sta morendo di caldo, i ghiacci si sciolgono, gli ecosistemi, non solo quelli marini, sono entrati in evidente disequilibrio, gli eventi meteorologici estremi sono sempre più frequenti … e i grandi della terra, da autentici paladini decidono di mettere, ancora un avolta, la testa sotto la sabbia e di rinviare di altri 40 anni le dicisioni che andrebbero prese subito.

Il pianeta (anzi, una parte del pianeta) sta morendo di fame, milioni di bambini hanno mosche intorno alla testa, la crisi energetica sta influenzando ed infiammando i prezzi dei beni alimentari, insomma, è evidente a tutti quanto il modello economico attuale sia incompatibile con il benessere degli abitanti del pianeta terra (mentre al contrario è molto adatto a rinverdire le tasche dei pochi potenti) … e i grandi della terra se la cavano con dichiarazioni demenziali, che dovrebebro essere considerate al limite del ridicolo. Dovrebbero. Invece, stante la complicità della stampa di casa nostra, sempre più cagnolino da compagnia e non da guardia del potere politico, causa la affinità di fini con lo stesso potere politico, le farneticazioni (ma siamo sicuri siano farneticazioni e nonrispondano ad un disegno ben preciso?), diventano titoli degni di altissima considerazione.

Come quella di Silvio Berlusconi, che arriva perfino a ipotizzare 1000 nuove centrali nucleari per risolvere la crisi energetica.

TG1, il TG2, il TG4, il TG5, TG6, TG7, TG8, TG45, non approfondiscono il tema, non dicono che il nucleare è diseconomico, che è pericoloso (nessuna assicurazione al mondo copre i rischi legati alle centrali nucleari), che l’uranio sta finendo, che le scorie sono un problemino… No.

E certo, perché mica sono fessi. I padroni dei giornali. Sono gli stessi che si butteranno a pesce sulla torta del nucleare, che in Italia, naturalmente, sarà finanziato dal pubblico.

Piatto ricco? Mi ci ficco! Viva il G8!

di Rosaria Ruffini

Mentre nel paese imperversano discussioni sull’ eutanasia, grembiulino a scuola, guinzaglio al cane e sul flagello dei graffiti, il governo Berlusconi senza dire niente a nessuno ha dato il via alla privatizzazione dell’acqua pubblica.

Il Parlamento ha votato l’articolo 23bis del decreto legge 112 del ministro Tremonti, che afferma che la gestione dei servizi idrici deve essere sottomessa alle regole dell’economia capitalistica.

Così; il governo Berlusconi ha sancito che in Italia l’acqua non sarà più un bene pubblico ma una merce, e quindi sarà gestita da multinazionali (le stesse che possiedono l’acqua minerale). Già a Latina la Veolia (multinazionale che gestisce l’acqua locale) ha deciso di aumentare le bollette del 300%. Ai consumatori che protestano, Veolia manda le 20 sue squadre di vigilantes armati e carabinieri per staccare i contatori.

La privatizzazione dell’acqua che sta avvenendo a livello mondiale provocherà, nei prossimi anni, milioni di morti per sete nei paesi più poveri.  L’uomo è fatto per il 65% di acqua, ed è questo che il governo italiano sta mettendo in vendita. L’acqua che sgorga dalla terra non è una merce, è un diritto fondamentale umano e nessuno può appropriarsene per trarne illecito profitto.

L’acqua è l’oro bianco per cui si combatteranno le prossime guerre. Guerre che saranno dirette dalle multinazionali alle quali oggi il governo, preoccupato per i grembiulini, sta vendendo il 65% del nostro corpo.

Acqua in bocca.

LA VERA COLPA

Giugno 6, 2008

Il vertice della Fao si è concluso senza aver dato alcuna risposta seria. Nessuna sorpresa. Nessuna luce, neanche una pila tascabile, per illuminare le buie sorti di chi deve evidentemente rassegnarsi a morire di fame.

Anzi vera e propria indiferenza rispetto ai dati che parlano molto chiaro: gli affamati aumentano proporzionalmente all’aumento dei prezzi alimentari e dell’energia (e del petrolio in particolare).

Le promesse del vertice FAO del 1996, già scordate. Allora ricordiamole: dimezzamento del numero di affamanti entro il 2015.

E sicuramente tutti i governati, soprattutto quelli dei paesi più ricchi e potenti, si lanceranno ad attaccare e deprecare il “carrozzone FAO, che non serve a niente”.

Cercando di distrarre i governati (e il pianeta) dalle loro vere responsabilità. Esercitando la loro ipocrita arte della politica.

Evitando abilmente, grazie a brillanti comunicati e interviste sapienti, di assumersi LA VERA COLPA.

Quella di non volere (potere?) guardare in faccia la cruda e nuda verità e prendere le decisioni conseguenti: questo modello di sviluppo è incompatibile con la serenità e la vita di tutti gli abitanti di questo pianeta e con il pianeta stesso.

Ogni anno consumiamo ciò che il pianeta può riprodurre in 15 mesi (dati WWF). Ma nessuno lo dice al TG.

Ci accontentiamo di condire con un po’ di sconsolazione il nostro guardare questi piccoli esserini che bramano un po’ d’acqua, quando e se ne ha nnola forza.

Ci accontentiamo di devolvere l’8 o il 5 per mille a qualche associazione o a qualche chiesa.

Ci accontentiamo di far dire alla nostra coscienza “mi dispiace”. Ci vergognamo e facciamo la faccia contrita per cinque minuti e ….

…poi corriamo al centro commerciale!

LIBERI DALLA FAME

Giugno 4, 2008

“Papaaà!!?? questa minestra non mi piace. Sa di verdura”. “Ecco amore mio, mangia un bel danito. Buono eh!?”.

Ogni giorno più di 8oo milioni di persone vanno a dormire senza aver mangiato. Cinquanta milioni in più del 1996, quando si svolse il Vertice Mondiale dell’Alimentazione. Allora i leader mondiali (il leader dovrebbe essere colui che conduce, che guida…) presero un impegno: dimezzare entro il 2015 il numero di affamati.

“Mamma, questa bistecca è dura. Ma da dove arriva, dall’Africa?”. “Mangia, che laggiù i bambini non hanno niente da mangiare. Sai come se la divorerebbero!?

Dopo dodici anni, la situazione è peggiorata. La fame acuta, che si verifica specialmente durante le carestie o i disastri naturali causa la morte di 16.000 bambini ogni giorno. La fame cronica affligge il 90% degli affamati. I suoi sintomi sono il rachitismo o il sottopeso, la causa è la mancanza di sufficiente quantità e qualità di cibo.

“Oh che bel bambino. Quanto pesa?! Sette chili. Solo sei mesi? Caspita. E complimenti!”

Ogni anno diciassette milioni di bambini nascono sottopeso. E questa è l’unica eredità che ricevono dalle loro madri, anche loro povere e sottonutrite. Vi è poi la cosiddetta fame nascosta o malnutrizione dovuta alla mancanza di vitamine o minerali, che colpisce oltre 2 miliardi di persone. La malnutrizione, nel lungo periodo, provoca problemi di salute molto gravi.

“No, io mi sono fatto un bel giardino. Sai, l’orto non fa per me. Preferisco comprare tutto al supermercato. Magari bell’è pulito”.

Soffrire la fame vuol dire avere difficoltà di crescita, non poter vivere dignitosamente, subire ritardi mentali e impedimenti fisici. La fame blocca la produttività e lo sviluppo degli individui e delle società. Sette persone affamate su dieci vivono nelle aree rurali dove accesso alla terra, acqua, fertilizzanti e sementi sono insufficienti. La situazione è aggravata dalla privatizzazione delle terre, da inique pratiche di eredità che discriminano le donne, da scorrette regole di mercato, da sussidi ed esportazione a basso costo che causano un indebolimento dell’agricoltura locale. Purtroppo, però, manca un sistema in grado di spingere i governi all’adempimento dei loro obblighi di rispetto, protezione e realizzazione del diritto al cibo.

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TAV E RIFIUTI TOSSICI

Maggio 24, 2008

IL BINARIO SI E’ INTOSSICATO

Scavi per estrarre materiali da usare per la Tav. E le cave poi riempite con rifiuti pericolosi. Così sette cantieri sono finiti sotto sequestro.

Da un’inchiesta di Michele Sasso, pubblicata su “L’Espresso” del 23 maggio 2008

Scavare, riempire e coprire. Cemento armato, plastica, mattoni, asfalto, gomme, ferro. Una montagna di rifiuti sotterrati illegalmente nei cantieri della TAV Torino-Milano, l’alta velocità ferroviaria che dal 2009 collegherà le due capitali del nord Italia. (…)

Il sospetto che tutto il cantiere Tav, compresa la trincea, possa essere usato come un immensa discarica è molto forte. (…)

Leggi tutto l’articolo

 

Ogni giorno 26 mila bambini nel mondo con meno di cinque anni muoiono per cause del tutto evitabili come malattie infettive e fame.
10 milioni di bambini all’anno. 1 bambino ogni 3 secondi. 20 bambini ogni minuto.
Quasi la metà dei decessi sotto i cinque anni di vita avvengono nell’Africa sub-sahariana.
Le cause? Guerre, disastri naturali, Aids, miseria e scarse strutture medico sanitarie.

Un bambino su quattro nel mondo è sottopeso. La malnutrizione è uno dei fattori all’origine del 50% dei decessi dei bambini con meno di cinque anni. Si tratta di circa cinque milioni di bambini. Nel nostro (?) mondo occidentale abbiamo il problema dell’obesità infantile. Nella nostra TV, e guai a chi ce la tocca, spot di merendine e playstation interrompono reality show che formano le coscienze delle generazioni future.
Tutti i politici, o quasi, si riempiono la bocca di crescita, di prodotto interno lordo, di progresso e sviluppo per l’Italia e per l’Europa. Promettono un futuro migliore. Ma a quale prezzo? Il nostro modello di sviluppo sta in piedi tollerando se non addirittura provocando milioni di morti. Ce la sentiamo addosso questa responsabilità? Oppure facciamo finta di niente e cambiamo canale? Di solito cambiamo canale. Oppure spegnamo la scatola grigia, ci infiliamo le scarpe e andiamo al centro commerciale per acquistare l’ultimo modello di lettore e masterizzatore DVD, DVX.

La domenica mattina, in molti vanno a messa.

- Ama il prossimo tuo come te stesso.

-Papà che significa? Che devo dare un po’ delle mie cose anche ai bimbi che non hanno nulla?

- Si bambino mio, però senza esagerare, altrimenti tu rimani senza. Anzi, facciamo così, il papà da una bella offerta, così siamo apposto, eh!!?. E domani ti porto a Gardaland!

- “Hurra!”

Padre Alex Zanotelli


Caro Walter, pace e bene!Oggi, giornata Mondiale dell’acqua, mi sono sentito ancora più spinto a scriverti questa lettera aperta. Ho esitato molto a farlo proprio perchè siamo in piena campagna elettorale., ma alla fine ho deciso di scriverla mosso dall’enorme grido degli impoveriti che mi ruggisce dentro.
Tu sei venuto a trovarmi a Korogocho, una spaventosa baraccopoli di Nairobi – Kenia, e hai toccato con mano come “vivono” i baraccati d’Africa. Davanti a quell’inferno umano, tu hai pianto. Mi avevi promesso, in quella densa conversazione nella mia baracca, che avresti portato quell’immenso grido di sofferenza umana nell’area politica. Ora che sei il segretario del PD sembra che ti sia dimenticato di quel “grido dei poveri”. Non ne sento proprio parlare. Non chiedo carità (non serve!), chiedo giustizia, quella distributiva che è il campo specifico della politica. E non parlo solo della fame del mondo (fa già parte degli 8 obiettivi del Millennio, su cui si è fatto quasi nulla!), ma soprattutto della sete del mondo. (Infatti non è più il petrolio il bene supremo, ma l’acqua che, con i cambiamenti climatici, andrà scarseggiando). Se per questo è vero, perchè nel tuo progframma elettorale appoggi la privatizzazione dell’acqua? Lo sai che questo significa la morte di milioni di persone per sete? Con questa logica di privatizzazione, se oggi abbiamo cinquanta milioni di morti per fame, domani avremo cento milioni di morti di sete. Sono scelte politiche che si pagano con milioni di morti.
Caro Walter, perchè quelle tue lacrime su Korogocho non le puoi trasformare in gocce d’acqua per i poveri? L’acqua è sacra, l’acqua è vita.
Caro Walter, perchè non puoi proclamare che l’acqua non è una merce, ma un diritto fondamentale umano, che deve essere gestita dalle comunità locali con totale capitale pubblico, al minimo costo possibile per l’utente, senza essere SPA?
Solo così potrai asciugare le tue lacrime e quelle degli impoveriti del pianeta, ma anche dei poveri del Nord come le classi deboli di questa mia Napoli. Chi dei nostri poveri potrà mai bere l’acqua del rubinetto, con bollette aumentate del 300%, come è avvenuto ad Aprilia (Latina)?
Caro Walter, sull’acqua ci giochiamo tutto, ci giochiamo la nostra stessa democrazia, ci giochiamo il futuro del pianet.
Caro Walter, non dimenticarti di quelle lacrime di Korogocho!

Alex Zanotelli