di Ilvio Pannullo – 25/06/2009

Fonte: Altrenotizie [scheda fonte]

Al solito, tutto inizia in Francia. Come racconta Alessandro Cisilin, su Galatea European Magazine, le tradizionali spese parigine del sabato hanno incontrato il 13 giugno scorso una brutta sorpresa, coi supermercati semivuoti. Su iniziativa della Fnsea (“Fédération Nationale des Syndicats des Exploitants Agricoles”) e di Ja (“Jeunes Agriculteurs”) i contadini, armati di forconi, pale, trattori, cumuli di terra e perfino gli stessi carrelli dei supermercati, hanno completamente bloccato dal giovedì precedente i principali centri di smistamento della grande distribuzione. L’obiettivo dichiarato dal suo leader Lemétayer era bloccarne una trentina. Ne sono stati occupati quarantuno, e cioè oltre la metà delle fonti di approvvigionamento del paese. Motivo della protesta, le contrazioni nel prezzo pagato dagli intermediari nell’ultimo anno, senza giustificazione nella crisi.

Spesso si dimentica infatti che nei momenti di difficoltà per l’economia gli sciacalli della finanza trovano ampi spazi per le loro manovre speculative. Quando tutto va giù è facile giocare al ribasso più di quanto la situazione non richieda e poi lucrare comprando a 1 quello che varrebbe 10. Quando oggetto delle contrattazioni sono quelle maniacali strutture di alchimia finanziaria, si può anche far finta di non vedere gli effetti che questo produce nell’economia reale; ma se a rimetterci – come in questo caso – sono i lattai e gli agricoltori è segno evidente che qualcosa debba cambiare. Come puntualizza più che giustamente il giornalista: “La crisi c’è e, diversamente da quanto argomentato da qualche ministro europeo, non arricchisce i meno abbienti con meccanismi deflazionistici ma allarga e aggrava la povertà. La dimostrazione, tra le altre, é che i consumi alimentari, solitamente mattone indistruttibile rispetto alla congiuntura economica, si sono anch’essi sensibilmente ridotti”. Accade in Francia, accade in Italia, accade in tutto l’occidente civilizzato.

Ad essere malata non è, però, la sola rete della distribuzione, ma piuttosto l’intera struttura dell’industria alimentare. Da quando con l’avvento dei petrolchimici il settore agricolo ha ceduto il passo all’industria agroalimentare, con i derivati del petrolio ad intossicarci l’esistenza non solo attraverso i fumi delle fabbriche, ma nascosti nel cibo, considerati come un’inevitabile conseguenza della crescita forzosa delle economie, anche l’attività più antica del mondo si è trovata inevitabilmente a dover scendere a compromessi con le logiche sempre più aggressive del liberismo. Tra le cause di distruzione degli ecosistemi la produzione di cibo risulta infatti essere al primo posto. Si continua a fingere di non comprendere che oltre a sfiancare il territorio le tecniche alimentari e, più in generale, l’onnipresente logica di sovrapproduzione svilisce il valore del cibo e di chi quel cibo plastificato lo consuma.

Accade così che l’uomo non sappia organizzare e gestire il territorio, ma lo usi semplicemente per i suoi scopi, in maniera indiscriminata e senza una prospettiva sostenibile né da un punto di vista strettamente agricolo né, tanto meno, da un punto di vista sociale. È necessario, invece, prendere coscienza dell’evidenza che la gastronomia non è intrattenimento, non consiste e non si esaurisce nel ricettario da cui sono invase riviste e rubriche televisive. La gastronomia è un atto politico, economico, etico. Anche la coltivazione e lo spostamento del cibo producono uno squilibrio nel pianeta, lo inquinano, ne esauriscono le risorse. E nessuna delle innovazioni tecnologiche di cui la produzione si serve favorisce la qualità di quel che arriva sulle nostre tavole. Semplicemente aumenta la produttività di terreni, piante, animali già esauriti nella loro capacità di rigenerarsi naturalmente.

La qualità è un diritto e un valore, non un lusso, non un eccesso di cui solo pochi possono godere. Il cibo è salute, diventa parte di noi, siamo noi. Dunque com’è possibile che l’opinione pubblica ignori o superi agevolmente il problema di capire cosa c’è in quel che mangia e quali conseguenze produca il modo in cui si nutre? L’esperienza francese – ma più in generale il corso della storia – ci insegna che le grandi rivoluzioni iniziano dal basso e dalle piccole cose, similmente a quanto accade in natura.

Come l’innocuo getto d’acqua di una fonte di alta montagna arriva, passando per il fiume, ad esprimere la devastante forza di una cascata, così anche oggi gli agricoltori francesi, all’occorrenza, sanno uscire dai terreni e compattarsi in strada. A muoversi stavolta sono stati almeno settemila. Proteste analoghe avevano indotto il governo a istituire il dicembre scorso un Osservatorio dei margini di profitto applicati dai distributori. Nulla però è cambiato nella tendenza a falcidiare i redditi agricoli. Nei giorni della protesta i vertici della distribuzione hanno mobilitato i propri dipendenti in azioni di disturbo dei blocchi dichiarando al contempo che le proteste dei contadini non intaccavano l’offerta nei supermercati. Nella guerra delle cifre però parlano le fotografie e i video diffusi dai cittadini e dai lavoratori. Il blocco è riuscito al di là delle attese, e molti scaffali rinviavano a scenari bellici. Quando si dice l’arroganza del potere.

In Francia però gli intermediari agricoli hanno a che fare con una categoria di produttori che, seppur dispersa territorialmente e scarsamente sindacalizzata, quando s’incazza, si muove da far paura. “Come sanno alcuni storici – si legge nell’articolo – la Rivoluzione Francese non esplose nel 1789. Nacque tre secoli prima, quando i contadini di molti villaggi conquistarono la proprietà dei loro terreni e ottennero che l’amministrazione locale venisse affidata ad assemblee elettive, in alcuni casi perfino a suffragio universale. La successiva Rivoluzione non scaturì dunque dalla frustrazione dell’arretratezza bensì al contrario dal permanere anacronistico di alcuni privilegi nobiliari e clericali rispetto al tessuto sociale, economico e politico più avanzato d’Europa.”

Ora come allora appare impensabile continuare sulla strada fin qui percorsa. Le rivendicazioni, sempre crescenti, di giustizia e di equità sociale si integrano male e stonano tragicamente con il disegno che fa da sfondo alla nostra civiltà in questo frangente storico. Ci si interroga, infatti, sul come sia possibile che ci si preoccupi di spendere molti più soldi per un indumento che rimane all’esterno della nostra persona rispetto a quelli spesi per qualcosa che diventa nostra materia e sostanza. Il mercato, insomma, ha posto e imposto le proprie regole e il consumatore non ha tempo, mezzi o voglia di intervenire, di prendere coscienza, di agire in ogni piccolo atto della quotidianità in maniera globale. Mangiare cibi di stagione, non pretendere uniformità dalla produzione, abituarsi a consumare meno ma meglio, assicurarsi che non ci sia sfruttamento umano dietro il cibo che si compra è condizione sufficiente e necessaria per creare i presupposti per un’agricoltura più sana e più socialmente giusta; assicurarsi insomma di non lasciarci cadaveri e deserti alle spalle è il senso degli interventi che si dovrebbero attuare, a livello individuale prima e collettivo poi.

Come si legge nell’articolo “la stessa “Fédération d Commerce e de la Distribution” si è trovata costretta in poche ore a cambiare strategia, passando dall’ostentata sicurezza del nulla di fatto all’allarmismo, con la denuncia del rischio di un “crollo nelle forniture dei prodotti alimentari di base del cinquanta per cento”, nonché di conseguenze occupazionali”. Alla conclusione dell’incontro ministeriale solo la metà delle occupazioni era terminata. Poi è arrivata la promessa del ministro dell’Agricoltura Barnier: “Generalizzeremo i controlli sui prezzi della grande distribuzione e sanzionerimo quando sarà il caso” – ha promesso – riconoscendo la “legittimità delle richieste contadine in materia di trasparenza sui costi” e annunciando un’apposita “brigata” governativa incaricata delle verifiche. Nei giorni successivi alla promessa governativa un’apparente calma è tornata a regnare nelle campagne francesi. Di nuovo, però, i sindacati hanno concesso un mese di tempo. Dinanzi all’assenza di risultati reali non mancheranno alla promessa di tornare all’azione.

In Francia le rivoluzioni cominciano dalle campagne, sebbene il fatto sia caduto nell’oblio storico, oscurato dalle vicende settecentesche di Parigi. Ed è la terra il simbolo proclamato della sua moderna nazione, contro le tentazioni “etniche” e contro l’identificazione “di sangue” che cementa l’unità tedesca al di là del Reno. Nulla di strano che siano stati proprio gli agricoltori il mese scorso a suonare la carica della protesta, svuotando gli scaffali dei supermercati cittadini. Proprio mentre la nuova manifestazione unitaria dei sindacati dell’industria e dei servizi registrava un relativo flop, la campagna sapeva far sentire la sua voce contro gli affaristi urbani dei prezzi alimentari. Con un miliardo di affamati nel mondo forse è il caso di prendere esempio da loro che di rivoluzioni ne sanno qualcosa.

 

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CAPAREZZA

Giugno 29, 2009

I delfini vanno a ballare sulle spiagge. Gli elefanti vanno a ballare in cimiteri sconosciuti.

Le nuvole vanno a ballare all’orizzonte. I treni vanno a ballare nei musei a pagamento. E tu dove vai a ballare?

Vieni a ballare in Puglia Puglia Puglia, tremulo come una foglia foglia foglia.

Tieni la testa alta quando passi vicino alla gru perchè può capitare che si stacchi e venga giù.

Hey turista so che tu resti in questo posto italico. Attento! Tu passi il valico ma questa terra ti manda al manicomio.

Mare adriatico e Jonio, vuoi respirare lo iodio ma qui nel golfo c’è puzza di zolfo, che sta arrivando il demonio.

Abbronzatura da paura con la diossina dell’ILVA. Qua ti vengono pois più rossi di Milua e dopo assomigli alla Pimpa.

Nella zona spacciano la morìa più buona. C’è chi ha fumato veleni all’ENI, chi ha lavorato ed è andato in coma. Fuma persino il Gargano, con tutte quelle foreste accese. Turista tu balli e canti, io conto i defunti di questo paese. Dove quei furbi che fanno le imprese, non badano a spese, pensano che il protocollo di Kyoto sia un film erotico giapponese.

Vieni a ballare in Puglia Puglia Puglia dove la notte è buia buia buia. Tanto che chiudi le palpebre non le riapri più.

Vieni a ballare e grattati le palle pure tu che devi ballare in Puglia Puglia Puglia, tremulo come una foglia foglia foglia.

Tieni la testa alta quando passi vicino alla gru perché può capitare che si stacchi e venga giù.

E’ vero, qui si fa festa, la gente è depressa e scarica. Ho un amico che per ammazzarsi ha dovuto farsi assumere in fabbrica. Tra un palo che cade ed un tubo che scoppia in quella bolgia si accoppa chi sgobba e chi non sgobba si compra la roba e si fonda finché non ingombra la tomba. Vieni a ballare compare nei campi di pomodori la mafia schiavizza i lavoratori, e se ti ribelli vai fuori. Rumeni ammassati nei bugigattoli come pelati nei barattoli.

Costretti a subire i ricatti di uomini grandi ma come coriandoli. Turista tu resta coi sandali, non fare scandali se siamo ingrati e ci siamo dimenticati d’essere figli di emigrati. Mortificati, non ti rovineremo la gita.

Su, passa dalla Puglia, passa a miglior vita.

Vieni a ballare in Puglia Puglia Puglia dove la notte è buia buia buia. Tanto che chiudi le palpebre e non le riapri più.

Vieni a ballare e grattati le palle pure tu che devi ballare in Puglia Puglia Puglia dove ti aspetta il boia boia boia.

Agli angoli delle strade spade più di re Artù, si apre la voragine e vai dritto a Belzebù.

O Puglia Puglia mia tu Puglia mia, ti porto sempre nel cuore quando vado via e subito penso che potrei morire senza te.

E subito penso che potrei morire anche con te.

OTTOERRE

Giugno 23, 2009

La “società della decrescita” presuppone, come primo passo, la drastica diminuzione degli effetti negativi della crescita e, come secondo passo, l’attivazione dei circoli virtuosi legati alla decrescita: ridurre il saccheggio della biosfera non può che condurci ad un miglior modo di vivere. Questo processo comporta otto obiettivi interdipendenti, le 8 R: rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Tutte insieme possono portare, nel tempo, ad una decrescita serena, conviviale e pacifica.

Rivalutare. Rivedere i valori in cui crediamo e in base ai quali organizziamo la nostra vita, cambiando quelli che devono esser cambiati. L’altruismo dovrà prevalere sull’egoismo, la cooperazione sulla concorrenza, il piacere del tempo libero sull’ossessione del lavoro, la cura della vita sociale sul consumo illimitato, il locale sul globale, il bello sull’efficiente, il ragionevole sul razionale. Questa rivalutazione deve poter superare l’immaginario in cui viviamo, i cui valori sono sistemici, sono cioè suscitati e stimolati dal sistema, che a loro volta contribuiscono a rafforzare.

Ricontestualizzare. Modificare il contesto concettuale ed emozionale di una situazione, o il punto di vista secondo cui essa è vissuta, così da mutarne completamente il senso. Questo cambiamento si impone, ad esempio, per i concetti di ricchezza e di povertà e ancor più urgentemente per scarsità e abbondanza, la “diabolica coppia” fondatrice dell’immaginario economico. L’economia attuale, infatti, trasforma l’abbondanza naturale in scarsità, creando artificialmente mancanza e bisogno, attraverso l’appropriazione della natura e la sua mercificazione.

Ristrutturare. Adattare in funzione del cambiamento dei valori le strutture economico-produttive, i modelli di consumo, i rapporti sociali, gli stili di vita, così da orientarli verso una società di decrescita. Quanto più questa ristrutturazione sarà radicale, tanto più il carattere sistemico dei valori dominanti verrà sradicato.

Rilocalizzare. Consumare essenzialmente prodotti locali, prodotti da aziende sostenute dall’economia locale. Di conseguenza, ogni decisione di natura economica va presa su scala locale, per bisogni locali. Inoltre, se le idee devono ignorare le frontiere, i movimenti di merci e capitali devono invece essere ridotti al minimo, evitando i costi legati ai trasporti (infrastrutture, ma anche inquinamento, effetto serra e cambiamento climatico).

Ridistribuire. Garantire a tutti gli abitanti del pianeta l’accesso alle risorse naturali e ad un’equa distribuzione della ricchezza, assicurando un lavoro soddisfacente e condizioni di vita dignitose per tutti. Predare meno piuttosto che “dare di più”.

Ridurre. Sia l’impatto sulla biosfera dei nostri modi di produrre e consumare che gli orari di lavoro. Il consumo di risorse va ridotto sino a tornare ad un’impronta ecologica pari ad un pianeta. La potenza energetica necessaria ad un tenore di vita decoroso (riscaldamento, igiene personale, illuminazione, trasporti, produzione dei beni materiali fondamentali) equivale circa a quella richiesta da un piccolo radiatore acceso di continuo (1 kw). Oggi il Nord America consuma dodici volte tanto, l’Europa occidentale cinque, mentre un terzo dell’umanità resta ben sotto questa soglia. Questo consumo eccessivo va ridotto per assicurare a tutti condizioni di vita eque e dignitose.

Riutilizzare. Riparare le apparecchiature e i beni d’uso anziché gettarli in una discarica, superando così l’ossessione, funzionale alla società dei consumi, dell’obsolescenza degli oggetti e la continua “tensione al nuovo”.

Riciclare. Recuperare tutti gli scarti non decomponibili derivanti dalle nostre attività.

Di Riccardo Baarlam, IL SOLE 24 ORE

«Questa strada non è del Pdl, della Lega o del Pd. È una strada di tutti». Il 30 marzo 2008 i titoli di coda dei telegiornali nazionali mandano le immagini dell’inaugurazione della superstrada Malpensa-Boffalora, a Ovest di Milano. Una strada lunga 18,6 km, costata 260 milioni di euro. Infastidito dalle bandiere verdi della Lega, al momento fatidico del taglio del nastro l’allora ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro, si fa portare un tricolore da sventolare e taglia corto: «Questa è una strada di tutti». Applausi. Vicino a lui batte le mani il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni. Centro-destra. Il presidente della Provincia di Milano, Filippo Penati. Centro-sinistra. E un entusiasta presidente dell’Anas, Pietro Ciucci.

La strada, voluta dalla Regione Lombardia, convoglierà il traffico che arriva dal Piemonte direttamente verso lo scalo aeroportuale lombardo. E poi, in un secondo momento, continuerà fino a Milano, collegando la tangenziale Ovest a Malpensa.

Giugno 2009. Tra pochi giorni il Cipe potrebbe dare il via libera al secondo tratto della superstrada Boffalora-Magenta-Milano. L’opera è fortemente osteggiata dai Comuni del territorio: 7 su 9 sono contrari all’attuale tracciato. Tra questi sette ci sono sindaci di centro sinistra, ma anche sindaci di centro destra. Il motivo dell’ostilità è semplice. La superstrada, secondo il progetto depositato dalla società Errevia, per conto della Sea e dell’Anas, passerà a poche decine di metri dai Navigli. A poche decine di metri dai palazzi secenteschi e dalle dimore storiche distesi lungo le sponde del canale progettato da Leonardo da Vinci. A poche decine di metri dalla lunga pista ciclabile che da Milano arriva fino al Lago Maggiore, paradiso dei milanesi per le gite fuori porta. Non è tutto. La strada attraverserà il Parco del Ticino e numerosi siti di interesse comunitario. Taglierà in due una delle poche zone agricole rimaste intatte alle porte di Milano: il Parco del Ticino è un enorme polmone verde di 91mila ettari che circonda a Ovest, da Sud a Nord, Milano, e tocca Piemonte e Lombardia. Il Parco è stato dichiarato Riserva della biosfera dall’Unesco (sono solo 6 in Italia).

La cosa singolare di questa vicenda è che il Parco del Ticino, l’ente che dovrebbe tutelare territorio e paesaggio, non osteggia come si potrebbe pensare l’opera voluta dalla Regione, ma anzi la favorisce. Presidente del Parco è Milena Bertani. Bertani, diploma da geometra, Dc prima e poi Ccd, già segretaria di Ombretta Fumagalli Carulli e poi fedelissima di Formigoni, è stata assessore regionale ai Lavori pubblici dal 1998 al 2000, e poi assessore al Bilancio e alle risorse finanziarie della Regione Lombardia dal giugno a dicembre 2000, prima di finire agli arresti domiciliari per una storia di appalti che coinvolgeva l’ex coordinatore provinciale di Forza Italia e consigliere regionale, il costruttore lodigiano Massimo Gianluca Guarischi. Si dimise dopo l’arresto (è stata poi assolta con formula piena). Ma è stata nominata in seguito presidente del Parco del Ticino.

La storia di questa strada, e della sua lunga scia di polemiche, parte da lontano. Il progetto viene depositato in Regione Lombardia nel 2001 dalla società Errevia e dalla Sea, per conto dell’Anas. Seguendo l’Accordo di programma quadro approvato dal Governo D’Alema nel 1999 che prevedeva stanziamenti per le infrastrutture annesse alla Grande Malpensa. Grande Malpensa che nel frattempo Grande non è più, penalizzata dalla vicenda Alitalia e dalla crisi internazionale che ha ridotto drasticamente il traffico aereo (-19,8% negli ultimi dodici mesi: dati Enac).

La spesa prevista era di 215 milioni di euro nel 2001. Nel frattempo, nel 2009, otto anni dopo, prima ancora di partire, tale valore è lievitato a 419 milioni di euro, più Iva. Lo ha comunicato di recente, in una riunione ufficiale con gli enti locali interessati, l’assessore regionale alle Infrastrutture, Raffaele Cattaneo. Quasi il doppio.

Il progetto iniziale resta in un cassetto per circa un anno. La legislazione allora prevedeva per l’autorizzazione delle nuove infrastrutture una procedura complicata: una testa un voto in Conferenza dei servizi con tutti gli enti coinvolti sul territorio. Nel 2002 il primo Governo Berlusconi approva la Legge obiettivo: per le nuove infrastrutture individuate dal Governo, sentite le Regioni, non c’è più il parere vincolante dei Comuni. Una volta che il progetto viene approvato dal Cipe, a Roma, si procede. C’è solo un obbligo consultivo, non vincolante, che prevede che venga sentito il parere dei Comuni. Uno degli aspetti della Legge obiettivo che è stato messo più volte sotto l’attenzione dell’Unione europea per la sua poca democraticità. Non solo. Con la Legge obiettivo salta l’obbligo per le nuove infrastrutture di effettuare una Valutazione di impatto ambientale (Via): la Valutazione vincolante diventa uno Studio di impatto ambientale fatto non più da un ente terzo indipendente, ma dallo stesso progettista.

La Legge obiettivo ha deregolamentato la procedura per le nuove infrastrutture, ma in realtà, in questo caso, non è servita a velocizzare l’iter burocratico. Dal basso, sul territorio, sono nati comitati di cittadini, un po’ come è stato per i No Tav (con i quali il Comitato No tangenziale si è gemellato), che contestavano il progetto, per come è stato concepito: «Hanno tirato una linea sulla carta senza rendersi conto di dove passava questa strada, senza pensare alle alternative che pure ci sono, a partire da quella di allargare e ammodernare le strade già esistenti», spiega Domenico Fininguerra, sindaco di Cassinetta di Lugagnano, il primo Comune a opporsi a quest’opera «inutile e inopportuna»…

«All’inizio la nostra opposizione era come quella di Asterix e del suo piccolo villaggio circondato dall’Impero Romano. Con il passare del tempo sono aumentati i dubbi anche dei Comuni vicini». E al battagliero sindaco di Cassinetta, ripreso di recente anche da Report, Rai Tre, per la sua opposizione solitaria al consumo di territorio, si sono aggiunti altri sindaci, di centro-sinistra come lui e di centro-destra. Sono state raccolte 14mila firme di cittadini contrari al progetto. «Con la Legge obiettivo – spiega il sindaco – una volta che parti con un’opera è come gettare una biglia in un tubo senza via di uscita. Non puoi sportarla neanche di 50 metri perché dovresti ripartire da zero. Hanno sbagliato all’inizio. L’hanno fatta, per così dire, “fuori dalla patta” e non hanno voluto ammettere l’errore. E continuano ad andar avanti con ostinazione. Ma il progetto fa acqua da tutte le parti».

L’attuale tracciato, come accennato, attraversa il Parco del Ticino, Riserva della biosfera tutelata dall’Unesco. Attraversa molti siti di interesse comunitario, le ville, i boschi i fontanili (luoghi che su richiesta del Governo italiano sono stati individuati di interesse comunitario).

Secondo Asterix-Finiguerra questo «progetto è fatto con i piedi. Gia nel primo incontro con la Regione ho evidenziato tutte queste criticità, ma nessuno mi ha ascoltato». Tutti i Comuni interessati hanno presentato varianti su varianti per mitigare l’impatto ambientale: tunnel, barriere isolanti, svincoli spostati più in là. Così la spesa è arrivata a 400 milioni di euro e passa. Prima di partire. Non poco. In tempo di crisi. Ora l’Anas, la Regione Lombardia e la società di progettazione sono in difficoltà perché i tanti sindaci che prima, con la promessa di aggiustamenti e mitigazioni, erano favorevoli, sono diventati contrari, anche perché non sono sicuri che in tempo di crisi e dopo l’emergenza del terremoto in Abruzzo ci siano davvero i soldi per fare tutte le modifiche e le mitigazioni approvate dalla Regione. Su 9 sindaci, come detto, 7 formalmente sono contrari, anche di centrodestra: Cusago, Cassinetta di Lugagnano, Robecco, Albairate, Cisliano, Ozzero, Boffalora sopra Ticino. D’accordo sono rimasti solo Abbiategrasso (favorita di fatto dalla nuova strada perché la vecchia passa più vicina al Comune) e Magenta. Ad Abbiategrasso e Magenta ci sono due giunte di Forza Italia.

L’ultimo atto di questa recita a soggetto, prima dell’atteso pronunciamento del Cipe, si è svolto a Roma, al ministero dell’Infrastrutture, lo scorso 26 maggio. Tutti i soggetti riuniti attorno al tavolo della Conferenza dei servizi. «Oggi – diceva il giorno prima l’assessore regionale alle Infrastrutture Raffaele Cattaneo, che è stato più volte sollecitato attraverso il suo portavoce a intervenire su questa vicenda, ma che ha declinato l’invito – ci sono 280 milioni di euro già stanziati per risolvere i problemi viabilistici dell’ovest milanese che domani rischiano di non esserci più. Regione Lombardia in Conferenza dei servizi sosterrà convintamente l’opera con un giudizio positivo. Chi dice no a questa opera deve dire ai suoi cittadini che sta sottraendo loro queste risorse, condannando questo territorio a rimanere in questa situazione per gli anni a venire e negando a Malpensa di vedere crescere il proprio grado di accessibilità».

La tensione tra enti locali e Regione è aumentata perché all’ultima riunione preparatoria convocata dall’assessore Cattaneo al Pirellone, il 19 maggio, i sette sindaci si sono presentati con un documento scritto contrario. Il Parco Sud di Milano ha espresso parere contrario. La Provincia di Milano ha espresso parere contrario. E il Parco del Ticino non si è presentato. C’era invece il 26 maggio a Roma alla Conferenza dei servizi, al ministero, dove per voce di un Consigliere delegato del Parco, Fausto Sanson, ex sindaco di Castano Primo, del Partito democratico, ha espresso parere favorevole. Il Parco del Ticino, che in un primo tempo aveva dato un primo parere contrario con una delibera, non ha formalmente cambiato posizione. Ma a voce ha espresso parere favorevole. Ora la palla passa al Cipe. Con una battaglia che rischia di diventare interminabile in caso di assenso all’opera.

La posizione dei sindaci e dei cittadini non è di ostilità preconcetta all’opera, ma al tracciato che è stato scelto. «Sin dall’inizio – racconta Finiguerra – abbiamo avanzato una proposta alternativa che è quella, più economica e ragionevole, di potenziare e raddoppiare le strade attuali: la Milano-Baggio Abbiategrasso, cioè la Provinciale 114, e di sistemare in maniera importante il tratto di strada statale che da Abbiategrasso va fino a Magenta realizzando una circonvallazione esterna a Robecco sul Naviglio, che è il Comune più penalizzato dal traffico attuale. Invece hanno deciso e insistono per realizzare una strada completamente nuova. Aprendo al saccheggio del territorio perché dove sorge uno svincolo arriva subito un centro commerciale o un’area di servizio. Il conto sarebbe pesantissimo per il nostro territorio. Il paesaggio è l’unica nostra vera risorsa. Dovremmo preservarlo e non devastarlo. Gli interventi alternativi che noi proponiamo permetterebbero di risolvere il problema del traffico su Milano. E costerebbero certo meno dei 400 milioni di euro e passa del progetto della Regione. Con i soldi risparmiati l’assessore Cattaneo potrebbe comprare i nuovi treni della tratta Milano-Mortara che serve quest’area e che è stata raddoppiata per facilitare il trasporto su rotaia verso la città. Il buon senso direbbe di fermarsi, di riconsiderare l’opera, anche alla luce del declassamento dello scalo di Malpensa. Invece sembra di stare in un flipper».

 

Report, 31 maggio 2009

IL MALE COMUNE

Di Michele Buono e Piero Riccardi

Michele Buono

Michele Buono

Ringrazio Michele Buono, Milena Gabanelli e tutta la redazione di Report.

GUARDA LA PUNTATA INTEGRALE

ERAVAMO RIMASTI SOLI…

Maggio 4, 2009

 

Comune di Cassinetta di Lugagnano

NOTIZIE PER LA STAMPA

TANGENZIALE ANAS, UN PROGETTO SCELLERATO IL COMUNE DI CASSINETTA DI LUGAGNANO CONFERMA IL PROPRIO PARERE CONTRARIO 

IL SINDACO FINIGUERRA, FAREMO NUOVAMENTE RICORSO AL TAR E PRESENTEREMO UN SECONDO ESPOSTO ALL’UNESCO

La Giunta Comunale di Cassinetta di Lugagnano ha confermato il proprio parere contrario al Progetto definitivo della Superstrada di collegamento tra la SS11 e la tangenziale Ovest. L’amministrazione guidata dal sindaco Domenico Finiguerra che fin dal novembre del 2002, si è messa al fianco dei Comitati No Tangenziale, mantiene quindi inalterata la propria ferma opposizione alla scellerata infrastruttura. Un’opera considerata sproporzionata rispetto alle esigenze del territorio, voluta solo per aprire alla cementificazione nel Parco del Ticino e nel Parco Sud.

“Risolleveremo la questione a Bruxelles per la mancata effettuazione della Valutazione di Impatto Ambientale sui Siti di Imporanza Comunitaria, una grave carenza, sulla quale la commissione petizioni del parlamento europeo ha già chiesto di aprire una procedura di infrazione al governo italiano – afferma il primo cittadino -. Presto presenteremo un nuovo esposto all’Unesco, affichè l’organismo dell’ONU possa preservare il Parco del Ticino. Quest’ultimo, infatti, è una delle sei Riserve della Biosfera italiane, e come tale è sottoposta alla tutela e vigilanza dell’Unesco. Ricordo a tutti, Regione, Ministero ed Ente Parco, che la Commissione Italiana è già intervenuta nel 2003, proprio su segnalazione del Comune di Cassinetta di Lugagnano e di molte centinaia di cittadini, minacciando la revoca del riconoscimento appena ricevuto.”

Ma dopo le recenti prese di posizione di altri comuni, Domenico Finiguerra ci tiene anche a puntualizzare alcuni passaggi importanti, affinché siano ben chiare le responsabilità e le posizioni in campo.

“Come tutti sanno, il nostro atteggiamento non è mai cambiato e l’abbiamo ribadito in ogni incontro formale. E per questa nostra intransigenza abbiamo subito da più parti l’accusa di essere troppo radicali, degli estremisti. Di non voler scendere a compromessi.

Bene, oggi alla luce del progetto definitivo presentato da ANAS, tutti possono giudicare. L’unico compromesso possibile era in realtà quello di accettare l’ipotesi di una vera e propria autostrada. Le richieste del territorio sono state completamente disattese. Anche un bambino capirebbe che le cosiddette mitigazioni e le belle parole inventate per addolcire la pillola, le cosiddette “strade parco” erano e sono solo una presa in giro. Un insulto all’intelligenza. E sono davvero contento che alcuni sindaci che pensavano di sedersi al tavolo delle trattative, dopo aver ricevuto la cosiddetta “porta in faccia” abbiano fatto retromarcia e siano tornati su posizioni contrarie.

Cassinetta di Lugagnano era rimasta sola. L’ha riportato ampiamente la stampa locale; l’hanno chiaramente certificato i verbali degli incontri agli atti della Regione. Ricordo che all’incontro del 19 settembre 2008, quando l’Assessore Raffaele Cattaneo ha chiesto il parere di tutti i Comuni e dei Parchi, sono stato l’unico sindaco a manifestare in modo chiaro ed inequivocabile una netta contrarietà, senza possibilità alcuna di scendere a patti o compromessi. Tant’è che lo stesso Assessore Cattaneo concludeva compiaciuto l’incontro riportando a verbale: “A parte Cassinetta, gli altri Comuni sono tutti favorevoli”.

Oggi, però, pare che la nostra condizione di isolamento sia venuta meno. Mentre all’indomani del suddetto incontro, da molti considerato conclusivo, sembrava che Cassinetta fosse rimasta appunto isolata, oggi la nostra posizione è diventata ampiamente maggioritaria. Infatti, oltre ai comuni di Albairate e Cisliano, registro con piacere la contrarietà del Comune di Robecco S/N, del Comune di Ozzero, del Comune di Cusago, del Parco Agricolo Sud Milano

Così, ad esprimersi favorevolmente sono rimasti solo i comuni di Magenta e di Abbiategrasso, mentre non ha ancora deliberato il proprio parere il Parco del Ticino, che comunque in passato ha già espresso una valutazione negativa, fortemente critica e corredata da relazioni indipendenti condotte da professionisti autorevoli.

Alla luce di tutto ciò, se la Regione Lombardia e il CIPE dovessero andare avanti approvando il progetto, sarebbe un atto gravissimo, irrispettoso della volontà della maggioranza degli enti coinvolti e dal significato politico gravissimo. L’assessore Cattaneo, il Presidente Formigoni ed ANAS si fermino. Ritirino il progetto e riconvochino tutti i comuni per ridiscutere a partire dalle esigenze del territorio e del mondo agricolo, rispettando il titolo di Riserva della Biosfera del Parco del Ticino e la vocazione agricola dello stesso Parco Sud.”

Il Comune di Cassinetta di Lugagnano desidera infine ringraziare i Comitati No Tangenziale che in questi giorni stanno organizzando e coordinando l’invio delle osservazioni all’ANAS da parte degli espropriandi. Un lavoro mai cessato e che ha contribuito a mantenere alta l’attenzione, organizzando iniziative di informazione e mobilitazione contro questo progetto, che se realizzato sarà il primo passo verso il declino ambientale e del paesaggio dell’abbiatense e del magentino. Un colpo mortale all’agricoltura, alle numerose aziende agrituristiche e alle ipotesi di filiera corta e di economia locale e solidale che con fatica si stanno radicando nel territorio

Di Renata Lovati, Contadina

Mi permetto di inserirmi nel dibattito sul progetto A.N.A.S, collegamento veloce con Malpensa.
Ci tengo a precisare il luogo dove dovrebbe portare questa spropositata infrastruttura, perché così chiunque nel nostro territorio può riflettere sull’interesse e il beneficio che questa strada porterà.
Sono contenta naturalmente che se ne riparli e le persone vengano coinvolte anche dalle amministrazioni che si sono finalmente accorte che al tavolino della Regione non si riusciva a cambiare il volto di un’opera devastante, costosa ed inutile.
Del resto il nostro territorio è già mutato profondamente in questi ultimi anni, grazie agli insediamenti logistici, ai centri commerciali, alle villettopoli.
La sensibilità fortunatamente sta cambiando, nel giro di soli due o tre anni, parlare di consumo di suolo non è più un’eresia, pian piano i semi gettati da chi lanciò per primo un grido di allarme per la conservazione dei nostri paesaggi e delle bellezze del nostro Paese, stanno incominciando a dare i loro frutti.
Il primo probabilmente fu il prof. Asor Rosa che diede vita al coordinamento dei comitati toscani per la difesa del territorio.
Da allora in tanti hanno fatto la loro parte e io come coordinatrice degli agricoltori del progetto papaveri e fiordalisi ho lavorato, e in una fase iniziale, devo dire tanto, per cercare di diffondere quel messaggio che era partito da Bosco in Città nel 2006, seminando i primi campi di cereali con le fioriture scomparse proprio dentro alla città di Milano.
All’idea iniziale di riavvicinare i cittadini ai paesaggi agricoli e ridare valore alla biodiversità, ho aggiunto quella della sensibilizzazione al problema del consumo di suolo provocato nelle aree agricole dall’eccessiva urbanizzazione
Ma chi si voleva sensibilizzare?
Il Sindaco di Cisliano, che positivamente sta muovendosi per cercare di fermare il progetto, ha giustamente detto che l’amministrazione del Parco Sud poco ha fatto per tutelare il nostro territorio se non a parole o con campagne di immagine su papaveri e fiordalisi.
Ora io credo che con questa piccola iniziativa, che tuttavia si sta allargando e pian piano trova consensi anche al di fuori delle nostre zone, siamo riusciti a sensibilizzare non solo i cittadini, ma anche qualche amministratore e una piccola parte di agricoltori.
Se non fosse stato per questi ultimi che hanno dapprima strabuzzato gli occhi di fronte alla mia proposta, e poi hanno aderito con coraggio e con sensibilità diverse a questa iniziativa, l’assessora all’ambiente e all’agricoltura non avrebbe seminato neanche un’aiuola.
Il comitato tecnico agricolo del Parco, per quanto ne so, ha cercato più volte di mettere in evidenza le carenze di valutazione dell’impatto ambientale dell’opera, l’ultima pochi giorni dopo che ad Ottobre2008, in sede UE, era stata accolta la petizione presentata dai cittadini e da alcuni Comuni.
Le risposte della politica purtroppo prendono strade diverse dai nostri desideri, ma in questo caso io auspico che la ragionevolezza e il senso di appartenenza al nostro territorio ci unisca nel desiderio di preservare una delle poche zone agricole e accoglienti intorno alla grande città.
Un’altra mobilità è possibile con lo sforzo di ognuno di noi.
Cerchiamo di unire gli sforzi dei Comuni, dei cittadini, degli agricoltori, delle associazioni, dei comitati, dei Gas, che stanno promuovendo la creazione di un distretto equosolidale del Sud Milano, di tutti coloro che hanno capito quanto sia inutile e dannoso questo progetto autostradale.
Mi sento di chiedere che, con coraggio, le amministrazioni del Parco Sud e del Parco del Ticino, tutelino, non solo a parole, come in tanti pensano, l’agricoltura e la qualità di vita di questo territorio.
Se con un semplice ma profondo slogan per ottenere un cibo Buono, Pulito e Giusto l’associazione di Slow Food è riuscita con il suo progetto di Orti in condotta ad allestirne uno persino alla Casa Bianca, forse noi con un concetto simile per una mobilità Pubblica, Pulita e Giusta riusciremo a fermare il progetto ANAS.

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Sottoscrivo ogni parola dell’amica Renata

No Tangenziale

di Alessandro Mortarino.
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A Lomazzo (provincia di Como) da settimane accade che cittadini “normali” si siano attrezzati di secchio e pennellessa ed abbiano iniziato ad incollare il testo del manifesto nazionale del neonato Movimento per lo “Stop al Consumo di Territorio” (con il suo dinamico ed artistico logo, vagamente “scolpito”)  sui muri della loro città. Non paghi, hanno anche autonomamente avviato una raccolta firme attraverso colorati banchetti lungo vie, piazze e mercati, per far aderire alla campagna più concittadini possibili …

Ad Asti ed Alba (o, meglio, lungo colline e piane di Langhe, Roero, Monferrato ed Astigiano) l’idea di un censimento completo del patrimonio edilizio esistente (civile ed industriale) inizia “timidamente” ad approdare nelle sale comunali e in quelle delle amministrazioni provinciali.

Lungo l’Appennino bolognese, tra Grizzana Morandi e Marzabotto, non sono molti i singoli sottoscrittori dell’appello nazionale, ma capita che uno di loro chieda alla segreteria del Movimento “che cosa posso fare io per sostenere e sviluppare questa iniziativa nella mia zona ?” e ci vuole un attimo, attraverso qualche scambio di mail, per organizzare un gruppo locale di persone che, ovviamente, si conoscono già da anni (il mondo è piccolo, soprattutto il mondo della gente sensibile …) ma che non avevano ancora minimamente pensato di poter mettere assieme le loro aspettative individuali e collettive e porle in rete con le migliaia di primi sostenitori dello “Stop al Consumo di Territorio”: Urbanisti, Architetti, divulgatori, ambientalisti, gente comune.

La stessa cosa accade tra Livorno e Campiglia Marittima, nel parmense, in Veneto, nell’intero hinterland milanese, a Rivalta di Torino, in Toscana, in Val Belluna, nel Salento, a Riparbella, Binago, Carpi …
In ogni luogo, insomma, dove quella che a noi piace definire come la irrefrenabile “incontinenza delle città” rappresenta il reale scenario drammatico di una imminente emergenza dietro l’angolo; dove piani regolatori formalmente approvati incontrano la vera regola vigente, cioè quella della “Santa Variante per la Nuova Colata”; dove il “bisogno” non è quello dei cittadini ma piuttosto quello delle casse comunali in sofferenza. In ogni caso, insomma, ecco sollevarsi il grido di dolore e l’urlo della reazione.

Non è un’onda né uno tsunami, ma qualcosa di più “strutturale”. Perfettamente in linea con quell’immagine che campeggia nella home page del sito della campagna nazionale http://www.stopalconsumoditerritorio.it , dove l’acuta sintesi di ironia e tecnica di Virginia Scarsi ha rielaborato la visione dall’alto di un qualunque angolo della nostra penisola. Inizialmente ricco di verde, poi lentamente sempre più compromesso dal dilagare del grigio del cemento. Che, alla fine, raggiunge la supremazia. Compare allora la scritta “Game Over”, come in un videogioco; e subito dopo “Play Again”. E l’ammonizione: “ma nella realtà tu non puoi ritornare all’inizio del gioco” …

Questa è un po’ la fotografia del primo mese e mezzo di spontanea campagna di un Movimento (che qualcuno ha definito “un po’ naif”, scatenando l’immensa gioia dei suoi promotori) che sta affermando la cosa apparentemente più semplice di questo mondo, ovvero che è ora di fermare le abitudini al continuo estendersi di aree residenziali e di complessi artigianali e/o industriali a danno di aree verdi e suoli agricoli. Ora e subito. Finché siamo ancora in tempo. Anzi: nonostante la situazione sia già gravemente compromessa.
Fermare i piani regolatori, le lottizzazioni in corso, le varianti in discussione ecc. e provvedere ad una necessaria e non più rinviabile opera di censimento del patrimonio edilizio esistente e sulla base di quei dati (misurati in termini di metri cubi cementificati, di abitazioni vuote e di capannoni abbandonati ovvero non occupati da attività), riconsiderare ogni tipo di pianificazione futura.

Un messaggio “contro” ? Che vuole minare le già tremolanti gambe del comparto edile italiano, che vale una rilevante quota del Pil nazionale ?
Oppure uno stimolo a riconsiderare la civiltà del consumo, proprio oggi che l’evidenza della globalizzazione costringe chiunque e ovunque a riprogettare nuove forme e nuovi modelli di società ?

Chi dice “Stop al Consumo di Territorio” sa di essere sull’esatto crinale tra vecchio e nuovo e sa di affrontare non un problema di classe ma un’esigenza diffusa: un fattore culturale.
Il messaggio, infatti, è stato fin qui percepito con un diffuso senso di liberazione: “era ora che qualcuno lo dicesse a chiare lettere”; “come avete fatto ad interpretare il mio pensiero, ciò che sta accadendo a casa mia ?”.
Come se il “mio” problema non fosse, in realtà, il problema “di tutti” …

I prossimi mesi ci diranno se la strada è quella giusta.
Una strada assolutamente politica. La politica di cittadini e municipi che vogliono separare la salute dei bilanci comunali e la difesa del bene comune dal ricatto violento della moneta corrente derivante dagli oneri urbanistici. Come ha già saputo fare Cassinetta di Lugagnano, scegliendo e non facendosi scegliere.
Come si accingono a ragionare i municipi aderenti all’Associazione dei Comuni Virtuosi o quelli della Rete del Nuovo Municipio.
Partecipazione di tutti alle scelte delle nostre comunità e definizione dei bisogni sembrano sempre più essere le pietre miliari di un nuovo percorso di riappropriazione del bene comune.
Per questo, “Stop al Consumo di Territorio” è essenzialmente un messaggio culturale e politico. Trasversale.
Liste civiche si ispireranno tra breve al suo manifesto nazionale. Forse anche qualche Partito farà la stessa cosa (già si intravvede qualche candidato alle primarie sbandierare il nostro manifesto nazionale come programma della “sua” iniziativa politica …).

Perché c’è un confine tra Movimento di opinione e Rappresentanza politica: il primo definisce un quadro sociale/ambientale, scandaglia bisogni, definisce obiettivi ed agisce per raggiungerli. La seconda recepisce l’input e promulga (se maggioranza) oppure propone alternative (se minoranza).
Su un tema come il consumo di suolo e di territorio (come d’altra parte per la salvaguardia dell’acqua, dell’aria, del fuoco …) solo un bagaglio di nuova cultura può modificare l’esistente, rigenerare una coscienza diffusa.
E se saremo tutti tenaci nel sostenere le nostre ragioni (e a non rilasciare più – mai più – “deleghe in bianco”) la salvaguardia del nostro spazio vitale sarà una delle chiavi di volta di un nuovo scenario sociale …

DOMENICO FINIGUERRA

Gennaio 24, 2009

24 GENNAIO 2009

PARTE LA CAMPAGNA NAZIONALE