FORUM PER LA RICOSTRUZIONE SOCIALE

diritti, lavoro, saperi e democrazia

7 luglio 2009

Piazza 3e32, via Strinella, L’Aquila

Alex Zanotelli,
Gianni Rinaldini, FIOM CGIL
Sergio Ciancaglini, Argentina
Paul Maquet, Perù
Giuseppe De Marzo, A Sud
Pierluigi Sullo, Carta
Presidio No Dal Molin
Movimento No Tav
Presidio contro la discarica di Chiaiano
Comitati Irpini
Mauro Borromeo
Maurizio Donato, Università di Teramo
Domenico Fininguerra, Sindaco di Cassinetta di Lugagnano, Stop al consumo del territorio

*******************************

Martedì prossimo 7 luglio si terrà a L’Aquila, promosso da cittadini, associazioni, sindacati e territori, un forum dedicato ai temi della ricostruzione sociale, declinata a partire da diritti, lavoro, sicurezza, trasparenza, difesa di territori e ambiente, in una sola parola: dalla democrazia.

Il Forum sarà la risposta dei movimenti e della società civile all’illegittimità del G8, e sarà lo strumento per esprimere sostegno attivo e solidarietà ai cittadini e alle cittadine de L’Aquila vittime del terremoto e della speculazione che prima e dopo il 6 aprile è stata e continua ad essere compiuta sulla pelle degli aquilani e delle aquilane.

La gestione dell’emergenza in Abruzzo, così come della crisi provocata dalle politiche del G8, giornalmente impoverisce le persone, distrugge posti di lavoro, fa chiudere aziende, erode diritti e patrimonio ambientale in tutto il territorio nazionale.

Le scelte del governo Berlusconi, così come quelle del G8, evidenziano gli errori di un modello di sviluppo che non fa i conti con i limiti delle risorse del pianeta e con la sostenibilità sociale delle sue politiche.

Solo attraverso la partecipazione, l’inclusione e l’allargamento della democrazia si può ricostruire socialmente ed economicamente L’Aquila come tutti quei territori, quelle comunità e quei paesi colpiti dalla crisi.

PROGRAMMA

ore 10.00 – 13.00

Emergenza e democrazia

ore 13.00

Pranzo sociale e incursioni musicali

ore 14.00 – 18.00

Crisi ed emergenza: Quale ricostruzione?

DO YOU REMEMBER?

Luglio 3, 2009

E’ passato. Il sedicente Decreto Sicurezza. E sono orogogliosi. Ora possono mostrare a milioni di italiani, cui hanno fatto prima venire la bava alla bocca,  quanto sono stati bravi a far passare l’atto più demagogico, populista e razzista.

Mi vergogno. Di essere italiano. Di essere un rappresentante delle sue istituzioni.

Chiedo scusa a tutte le persone che soffriranno a causa di questo scellerato provvedimento.

Perugia, 29 giugno 2009 – Alla vigilia del G8, Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace, ha rilasciato la seguente dichiarazione:
 
“Incredibile, ma vero. Il G8 costa più dell’intero bilancio che l’Italia dedica alla lotta alla povertà. 400 milioni di euro contro i miseri 321,8 milioni stanziati quest’anno dal governo italiano per lottare contro la morte per fame e la miseria nel mondo. Una vergogna che getta un’ombra inquietante sul vertice che si sta per aprire a L’Aquila.
 
Nonostante il fumo mediatico che è stato innalzato attorno a questo evento, lo scandalo non può essere cancellato. Quest’anno ci sono cento milioni di persone in più che muoiono di fame e il nostro governo butta 400 milioni di euro o forse più per organizzare un vertice. Salvo poi dire che la crisi gli impedisce di mantenere gli impegni internazionali contro la povertà. O, peggio ancora, fare, come accadrà all’Aquila, nuovi annunci e distribuire nuove promesse. Tutto questo è intollerabile.
 
E’ noto che i problemi dell’umanità non si risolvono con i vertici.
Ma con un lavoro quotidiano sistematico e coerente in istituzioni internazionali democratiche ed efficienti. E tuttavia, se davvero fosse necessario riunire gli otto paesi più industrializzati, si potrebbe fare, senza troppi costi aggiuntivi, in una delle tante sedi istituzionali esistenti nel mondo.
 
Il problema è ancora più serio, perché in un mondo che cambia rapidamente, la formula (G8) è ormai palesemente obsoleta. Tant’é che dal G8 si sta rapidamente passando al G20 e ogni anno gli organizzatori di turno sono costretti ad allungare la lista degli invitati.
 
Per questo al primo punto dell’Agenda del G8 dell’Aquila ci dovrebbe essere un obiettivo ragionevole: abolire queste costosissime parate annuali inconcludenti e investire sulle istituzioni internazionali (democratiche o da democratizzare) come l’Onu che possono davvero fare la differenza.
 
In attesa che il sogno si avveri, vale la pena di ricordare che:
 
1. i “grandi” che s’incontreranno in Italia detengono potere, risorse e mezzi in grado di determinare, nel bene e nel male, le condizioni di vita e il futuro di tanta parte dell’umanità. Su di loro pesa come un macigno la responsabilità di aver fatto tante promesse e di non averle ancora mantenute. Non basterà una foto sulle macerie del terremoto per liberarsene;
 
2. nei prossimi giorni, all’Aquila, si consumerà una grande messa in scena mediatica sulla pelle dei terremotati che forse riceveranno in dono il restauro di qualche monumento ma non quello che più desiderano: una ricostruzione certa e condivisa. Se dopo il terremoto, Berlusconi avesse annullato il G8 e versato la somma risparmiata agli sfollati dell’Abruzzo i benefici sarebbero stati più grandi ed efficaci;
 
3. nessuno conosce davvero i conti di questo G8. Bertolaso ha detto che sono stati impegnati 500 milioni di €. Poi si è parlato di risparmi ma la confusione delle cifre è totale. Una gran parte è stata spesa in Sardegna. Qualche decina di milioni sono stati spesi per le riunioni preparatorie. Altri sono stati spesi all’Aquila per accogliere e proteggere i leader mondiali. Altri ancora ne verranno spesi in questi giorni. Possibile che nel nostro paese non si possa sapere realmente quanto ci è costato questo G8? Da dove sono stati presi i fondi? A quali altre attività sono stati sottratti? Il Parlamento dovrebbe esigere un bilancio completo e dettagliato. Indovinate un po’ chi pagherà il conto?”
 

VIVA IL G8…

Giugno 25, 2009

Alla vigilia del G8 2009, mi rinfresco la memoria con il G8 2008…

Dal G8 di Tokio arrivano importanti notizie per l’ambiente, per il futuro del pianeta e dei popoli che lo abitano.

I mutamenti climatici? C’è tempo fino al 2050! I “grandi (?)” governanti affrontano il problema del surriscaldamento del pianeta e delle emissioni di gas serra, rinviandolo alle prossime generazioni. Complimenti e disgusto.

Il pianeta sta morendo di caldo, i ghiacci si sciolgono, gli ecosistemi, non solo quelli marini, sono entrati in evidente disequilibrio, gli eventi meteorologici estremi sono sempre più frequenti … e i grandi della terra, da autentici paladini decidono di mettere, ancora un avolta, la testa sotto la sabbia e di rinviare di altri 40 anni le dicisioni che andrebbero prese subito.

Il pianeta (anzi, una parte del pianeta) sta morendo di fame, milioni di bambini hanno mosche intorno alla testa, la crisi energetica sta influenzando ed infiammando i prezzi dei beni alimentari, insomma, è evidente a tutti quanto il modello economico attuale sia incompatibile con il benessere degli abitanti del pianeta terra (mentre al contrario è molto adatto a rinverdire le tasche dei pochi potenti) … e i grandi della terra se la cavano con dichiarazioni demenziali, che dovrebebro essere considerate al limite del ridicolo. Dovrebbero. Invece, stante la complicità della stampa di casa nostra, sempre più cagnolino da compagnia e non da guardia del potere politico, causa la affinità di fini con lo stesso potere politico, le farneticazioni (ma siamo sicuri siano farneticazioni e nonrispondano ad un disegno ben preciso?), diventano titoli degni di altissima considerazione.

Come quella di Silvio Berlusconi, che arriva perfino a ipotizzare 1000 nuove centrali nucleari per risolvere la crisi energetica.

TG1, il TG2, il TG4, il TG5, TG6, TG7, TG8, TG45, non approfondiscono il tema, non dicono che il nucleare è diseconomico, che è pericoloso (nessuna assicurazione al mondo copre i rischi legati alle centrali nucleari), che l’uranio sta finendo, che le scorie sono un problemino… No.

E certo, perché mica sono fessi. I padroni dei giornali. Sono gli stessi che si butteranno a pesce sulla torta del nucleare, che in Italia, naturalmente, sarà finanziato dal pubblico.

Piatto ricco? Mi ci ficco! Viva il G8!

Di fronte ai respingimenti illegali e inumani che sta effettuando il governo italiano, i partecipanti al Meeting  nazionale “per un’Europa di Pace”, che si è svolto nella città di San Francesco d’Assisi dall’8 al 10 maggio 2009 per iniziativa della Tavola della pace e dal Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani, hanno rilasciato la seguente dichiarazione:

Un governo senza umanità minaccia di toglierci la nostra umanità. Questi fatti ci offendono e ci feriscono!

Chi non riconosce i diritti degli altri non riconosce neanche i nostri

“La decisione del governo italiano di respingere i disperati che fuggono dalla guerra, dalle torture, dalla fame e dalla miseria ci fa male, ci offende e ci ferisce. Non parliamo di immigrati ma di persone, donne, uomini e bambini. Hanno paura, freddo e fame. Ci chiedono asilo e protezione e li respingiamo senza pietà.

Come italiani, proviamo vergogna. Nessun governo si può permettere di venire meno ai doveri di solidarietà, di accoglienza e di difesa dei diritti umani che sono iscritti nella nostra carta Costituzionale e nel diritto internazionale dei diritti umani. Nessun governo può togliere a nessuno il diritto al cibo, alla salute, all’istruzione, ad un lavoro dignitoso.

Questi fatti ci offendono e ci feriscono. Così come ci sentiamo offesi e feriti da tutte quelle leggi, quei provvedimenti, quelle dichiarazioni, quelle parole velenose che stanno alimentando nel nostro paese un clima di violenza, discriminazioni, intolleranza, insofferenza, razzismo, divisione e insicurezza.

Un governo senza umanità minaccia di toglierci la nostra umanità. Non possiamo accettarlo. Senza umanità saremo tutti più poveri, insicuri e indifesi. Solo riconoscendo agli altri i diritti che vogliamo siano riconosciuti a noi, riusciremo a vivere meglio.

Per questo, mentre alcuni costruiscono muri e scavano fossati tra di noi e il resto del mondo, noi ci impegniamo ad aprire le nostre città e comunità locali, a renderle sempre più accoglienti e ospitali per tutti, per chi ci è nato e per chi è arrivato da poco. Le città in cui vogliamo vivere sono le città dei diritti umani. Città belle, accoglienti, dove si vive bene perché ci si aiuta l’un l’altro.”

I partecipanti al Meeting  nazionale “per un’Europa di Pace” promosso dalla Tavola della pace e dal Coordinamento Nazionale degli Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani

Assisi, 10 maggio 2009

di Rosaria Ruffini

Mentre nel paese imperversano discussioni sull’ eutanasia, grembiulino a scuola, guinzaglio al cane e sul flagello dei graffiti, il governo Berlusconi senza dire niente a nessuno ha dato il via alla privatizzazione dell’acqua pubblica.

Il Parlamento ha votato l’articolo 23bis del decreto legge 112 del ministro Tremonti, che afferma che la gestione dei servizi idrici deve essere sottomessa alle regole dell’economia capitalistica.

Così; il governo Berlusconi ha sancito che in Italia l’acqua non sarà più un bene pubblico ma una merce, e quindi sarà gestita da multinazionali (le stesse che possiedono l’acqua minerale). Già a Latina la Veolia (multinazionale che gestisce l’acqua locale) ha deciso di aumentare le bollette del 300%. Ai consumatori che protestano, Veolia manda le 20 sue squadre di vigilantes armati e carabinieri per staccare i contatori.

La privatizzazione dell’acqua che sta avvenendo a livello mondiale provocherà, nei prossimi anni, milioni di morti per sete nei paesi più poveri.  L’uomo è fatto per il 65% di acqua, ed è questo che il governo italiano sta mettendo in vendita. L’acqua che sgorga dalla terra non è una merce, è un diritto fondamentale umano e nessuno può appropriarsene per trarne illecito profitto.

L’acqua è l’oro bianco per cui si combatteranno le prossime guerre. Guerre che saranno dirette dalle multinazionali alle quali oggi il governo, preoccupato per i grembiulini, sta vendendo il 65% del nostro corpo.

Acqua in bocca.

NUOVI AMERICANI

Novembre 5, 2008

L’America ha un nuovo Presidente. Dopo 8 anni di Bushismo, una nuova speranza circola per il pianeta.

Guerre, fame nel mondo, cambiamento climatico.

Yes We Wait.

 

 

A quasi tre anni di distanza dalla prima edizione del Grande Cortile riprendiamo il filo di un ragionamento mai interrotto. Allora eravamo sotto osservazione: alcuni dicevano che eravamo affetti da sindrome Nimby, e la nostra iniziativa aveva smentito la diagnosi emessa frettolosamente da apprendisti medici-politici-stregoni ansiosi di screditarci agli occhi di tutto il paese. Da allora tanti grandi cortili sono nati in giro per l’Italia e le nostre ragioni sono diventate le ragioni di molte altre resistenze. Obiettivo comune: difendere la democrazia e poter decidere del proprio futuro.

Un filo lega da allora le iniziative che ci vedono protagonisti. La resistenza al tav non è soltanto un no, sia pure fermo e determinato, come dimostreremo ancora in piazza a Susa il prossimo 6 Dicembre: si illude chi pensa di aver logorato col tempo e con gli inganni la nostra resistenza.
Ma non è una lotta di trincea la nostra: la nostra ribellione è fatta soprattutto di proposte concrete e di pratiche che prefigurano un altro mondo possibile, alternativo al tav e soprattutto ad un modello di società che nega i diritti e cancella ogni spazio di democrazia. E in definitiva cancella una speranza di futuro.

Nel Grande Cortile si parlerà di lavoro, di economie locali, di utilizzo di spazi e di territorio, di risorse da utilizzare rifiutando la logica dell’usa e getta, di qualità della vita, di informazione, di sport, di erbe e medicine popolari, di rifugi alpini, di cittadinanza attiva, di mutazioni climatiche, di fonti di energia rinnovabili, di controllo politico del denaro pubblico, di memoria storica e antiche tradizioni…

La nostra casa è un Grande Cortile, i cui confini non sono certo le montagne che circondano la nostra valle: facciamo di tutto per renderla più accogliente.

A quasi tre anni di distanza dalla prima edizione del Grande Cortile riprendiamo il filo di un ragionamento mai interrotto. Allora eravamo sotto osservazione: alcuni dicevano che eravamo affetti da sindrome Nimby, e la nostra iniziativa aveva smentito la diagnosi emessa frettolosamente da apprendisti medici-politici-stregoni ansiosi di screditarci agli occhi di tutto il paese. Da allora tanti grandi cortili sono nati in giro per l’Italia e le nostre ragioni sono diventate le ragioni di molte altre resistenze. Obiettivo comune: difendere la democrazia e poter decidere del proprio futuro.

Un filo lega da allora le iniziative che ci vedono protagonisti. La resistenza al tav non è soltanto un no, sia pure fermo e determinato, come dimostreremo ancora in piazza a Susa il prossimo 6 Dicembre: si illude chi pensa di aver logorato col tempo e con gli inganni la nostra resistenza.
Ma non è una lotta di trincea la nostra: la nostra ribellione è fatta soprattutto di proposte concrete e di pratiche che prefigurano un altro mondo possibile, alternativo al tav e soprattutto ad un modello di società che nega i diritti e cancella ogni spazio di democrazia. E in definitiva cancella una speranza di futuro.

Nel Grande Cortile si parlerà di lavoro, di economie locali, di utilizzo di spazi e di territorio, di risorse da utilizzare rifiutando la logica dell’usa e getta, di qualità della vita, di informazione, di sport, di erbe e medicine popolari, di rifugi alpini, di cittadinanza attiva, di mutazioni climatiche, di fonti di energia rinnovabili, di controllo politico del denaro pubblico, di memoria storica e antiche tradizioni…

La nostra casa è un Grande Cortile, i cui confini non sono certo le montagne che circondano la nostra valle: facciamo di tutto per renderla più accogliente.

 

 

Caro Carlo Petrini,

 

in occasione dei Colloqui di Dobbiaco che si sono tenuti a settembre nella piccola cittadina sudtirolese, ho avuto la fortuna e l’occasione di incontrarla davanti a un’ottimo strudel di mele e con la presente mi concedo la libertà di scriverle.

 

Nel suo intervento in Val Pusteria, citava dati e fatti concreti a dimostrazione della precarietà dello stato di salute del nostro paese e dell’intero pianeta. Precarietà dovuta anche al grave fenomeno del consumo di suolo agricolo.

Un tema, quest’ultimo, molto ben ripreso in un suo articolo pubblicato su Repubblica.

Mi permetta di riprenderne alcuni passaggi significativi:

“Che effetto vi farebbe se vi dicessero che su tutto il territorio del Lazio e dell’Abruzzo non esiste più un solo filo d’erba, neanche un orto; che le due Regioni sono state completamente, e dico completamente, cementificate? Sono sicuro che la maggioranza degli italiani inorridirebbe. Forse avrebbero una reazione un po’ diversa tutti quelli che a vario titolo sono invischiati in speculazioni edilizie”.

“L’Italia è al primo posto in Europa per la produzione e il consumo di cemento armato, 46 milioni di tonnellate l’anno: le cave legali e abusive hanno un impatto paesaggistico tremendo, e i cementifici inquinano molto, mangiandosi vigne, campi coltivati, boschi, o compromettendo l’ecosistema di quelli viciniori che gli sopravvivono. Il tutto per foraggiare la costruzione selvaggia di villette a schiera, outlet, depositi e quant’altro”

 

Chiudeva la sua accorata testimonianza così:“Lasciate stare i suoli agricoli, sono una risorsa insostituibile, pulita, bella e produttiva. Sono il luogo che ci fa respirare, che riempie gli occhi, che ci dà da mangiare e che custodisce la nostra memoria, la nostra identità. Continuare a distruggerli, dopo tutto lo scempio che è già stato fatto, non è da Paese civile ….”

 

Detto questo, però, devo confessarle un mio disagio.

Leggendo la sua bellissima lettera (avrei voluto scriverla io!), non riuscivo a cancellare dal mio sfondo visivo il simbolo di Slowfood, la  simpatica lumachina.

 

Da dove sortiva il mio disagio?

Mi inquietava aver visto la lumachina sulle brochure e sugli inviti patinati di EXPO 2015. Proprio sul grande volano che avrà l’effetto moltiplicatore delle brutture e delle sciagure da lei ben denunciate.

 

Come molti cittadini della pianura lombarda ho un orto. L’ho recentemente ampliato, riducendo lo spazio dedicato alle rose per fare posto ad una nuova fila di insalata. E come capita a molti altri dilettanti dell’orto, mi imbatto spesso in lumachine, simili a quella del vostro fortunato stemma.

 

Un animale che, pur recando alcuni danni, mi risulta simpatico. Perchè comunque cerca di sopravvivvere. Come la maggior parte di noi esseri viventi. Facendo della lentezza la sua virtù, ed accontentandosi di mangiucchiare qualche foglia qua e la.

 

Caro Petrini, sarebbe davvero un peccato se la Lumachina di Slowfood, invece di continuare a “mangiare le foglie”, si adattasse (senza volerlo) agli eventi. E, date le circostanze e le apparenze che le vengono prospettate, accettasse di imitare (inconsapevolmemte) un altro animale, il camaleonte. Trasformandosi essa stessa in foglia. Però di fico.

 

Questo è il rischio.

Slowfood rischia di diventare un paravento cultural-gastronomico.

 

Una foglia di fico, appunto. Buona per nascondere ruspe e betoniere.

Un ingrediente gustoso per vendere meglio ai milanesi e a tutti gli italiani la favola della “Nuova Milano da Bere” di Expo 2015.

Un grande kermesse presa al volo e pensata per coprire l’incapacità politica e culturale della classe dirigente milanese, lesta nell’approfittare della scorciatoia del grande evento mondiale, per distogliere l’attenzione dal vuoto morale e di prospettiva. Che oggi, chiunque, passeggiando per Milano, può respirare insieme a nanoparticelle di varia origine.

 

Da qui al 2015, questa enorme vetrina chiamata Expo, sarà il pretesto legittimante per nuove colate di cemento, nuove autostrade, nuovi autogrill, nuovi lunapark e nuovi capannoni. Strappando all’agricoltura vaste aree del Parco Agricolo Sud Milano e del Parco del Ticino.

Proprio come lei teme.

 

Giustamente, Slowfood promuove la filiera corta e la valorizzazione dei prodotti locali, il ritorno alla sobrietà dei consumi semplici e la riscoperta di alcuni vecchi valori contadini.

Non comprendo, però, come sarà per lei possibile coniugare tutto questo con Expo 2015.

 

La ritengo persona troppo intelligente, per credere che Slowfood possa pensare di motivare alla propria storia, alla propria coscienza e ai propri adernti e simpatizzanti, la partecipazione a questo evento, ricorrendo solo allo slogan della signora Moratti: “Expo 2015. Nutrire il Pianeta”.

 

Una frase che, a chi osserverà la provincia di Milano all’indomani della grande “abbuffata”, suonerà come la classica beffa successiva al danno.

Una beffa ancora maggiore, se sarà realizzata con l’inconsapevole complicità (ma le scrivo proprio per questo!), di chi vorrebbe tutelare l’agricoltura e ne predica in tutto il mondo la salvaguardia.

 

Io sono solo un piccolo sindaco di un piccolo comune. Non ho agganci politici importanti e non ho certo nessuna possibilità di influire (come altri, come lei) sul corso delle cose.

La mia voce non può certo essere pari (per volume) a quella del Sindaco di Milano. Né la piccola comunità che governo ha il peso della grande metropoli umana posta al centro della più grande regione italiana.

Però, la consapevolezza di quasi impotenza di fronte ai grandi eventi, che mi accomuna ad altri giovani e periferici amministratori e a moltissimi altri cittadini, non mi impedisce di chiedere, parlare e comunicare con chi ritengo possa svolgere un ruolo. Ed in questo caso, lei può davvero svolgerne uno importante.

 

Caro Carlo Petrini, lei è stato individuato da un’importante rivista come uno degli uomini che potrebbero cambiare il mondo.

Per questo, le chiedo di rivedere l’appoggio di Slowfood a Expo 2015. O quantomeno di approfondirne gli aspetti critici che sono tenuti nascosti agli occhi dei cittadini.

 

Sarebbe davvero utile, per fermare quella che lei giustamente chiama un’invasione del suolo agricolo da parte del cemento, se la simpatica lumachina di Slowfood cominciasse a mangiare voracemente alcune foglie che sono cresciute sotto i piedi dell’uomo vitruviano, sulle lucide ed ammiccanti brochure di Expo 2015.

 

Con sincera cordialità

 

Domenico Finiguerra

Sindaco di Cassinetta di Lugagnano (MI)

Comune del Parco del Ticino, Riserva della Biosfera Unesco

Riporto una bella lettera di CARLO PETRINI, Presidente di Slowfood.

Che effetto vi farebbe se vi dicessero che su tutto il territorio del Lazio e dell’Abruzzo non esiste più un solo filo d’erba, neanche un orto; che le due Regioni sono state completamente, e dico completamente, cementificate? Sono sicuro che la maggioranza degli italiani inorridirebbe. Forse avrebbero una reazione un po’ diversa tutti quelli che a vario titolo sono invischiati in speculazioni edilizie. O gli amministratori che devono fare cassa con gli oneri di urbanizzazione, ma credo, anzi spero, che non siano i più.

Se invece siete tra i più, sentite questa: negli ultimi 15 anni, se si fa un confronto tra i censimenti agricoli del 1990 e del 2005, in Italia sono spariti più di 3 milioni di ettari di superfici libere da costruzioni e infrastrutture, un’area più grande del Lazio e dell’Abruzzo messi insieme. Poco meno di 2 milioni di ettari erano superfici agrarie. Però nessuno sembra inorridire. Forse sarà a causa di una mentalità diffusa secondo la quale se non si costruisce non si fa, non c’è progresso economico. E questo lo dimostrano i programmi elettorali e la composizione delle liste stesse, soprattutto quelle relative alle elezioni amministrative: fateci caso, sono sempre infarcite di soggetti con evidenti interessi nell’edilizia. Sarà un caso?

Dal 1950 a oggi abbiamo perso il 40% dei territori liberi nel nostro Paese, negli ultimi anni il consumo medio annuo è addirittura cresciuto rispetto agli anni passati, quelli del boom economico (ed edilizio). Non ci sono solo gli “eco-mostri”, tanti, che urlano con violenza tutta la loro protervia (sintomo di grande ignoranza) nel deturpare paesaggi e luoghi incantevoli lungo coste, colline e montagne del nostro Paese. Ci sono tanti “eco-mostriciattoli”, e c’è tutta una tendenza a fuggire dall’ambiente urbano, sempre più brutto, caotico e poco salutare, per riparare in campagna, a colpi di villette che mangiano terreno utile alla produzione di cibo e tirano pugni in quegli occhi che ancora cercano bellezza. Prendiamo poi in considerazione l’edilizia per le attività produttive, dalle schiere di scatoloni di cemento che si snodano ininterrotte lungo molte nostre strade, fino al piccolo capannone isolato che abbagliati imprenditori ergono alle pendici (se non proprio in cima, perché nella mia Langa succede anche questo) di una collina particolarmente bella.


L’Italia è al primo posto in Europa per la produzione e il consumo di cemento armato, 46 milioni di tonnellate l’anno: le cave legali e abusive hanno un impatto paesaggistico tremendo, e i cementifici inquinano molto, mangiandosi vigne, campi coltivati, boschi, o compromettendo l’ecosistema di quelli viciniori che gli sopravvivono. Il tutto per foraggiare la costruzione selvaggia di villette a schiera, outlet, depositi e quant’altro. Non posso che sottoscrivere le parole di Giorgio Bocca quando, trovatosi a percorrere l’autostrada tra Milano e Firenze, scrive: “Il primo tratto tra Milano e Lodi si merita questo titolo: la scomparsa del paesaggio. La pianura del Po, “la più fertile e ricca regione d’Europa”, come diceva quel re di Francia di nome Enrico, illustre invasore, la pianura dei pioppi e delle marcite, dei fontanili che sgorgano nei prati di erba medica, il paese di Bengodi, delle montagne di cacio e di ravioli, dei campanili svettanti nel verde, delle abbazie e delle cattedrali, dei battisteri policromi, degli Stradivari e dei culatelli è scomparso, sommerso da una distesa ininterrotta di fabbriche e fabbrichette”.

Non c’è limite al brutto, al volgare, ed è giusto paragonare l’inghiottimento di un battistero policromo alla scomparsa di un prodotto gastronomico tradizionale. Riporto un’altra volta il dato: quasi 2 milioni di ettari di suolo agricolo sono spariti, come dire l’intero Veneto. Se da una parte ci scandalizziamo giustamente perché sparisce il bello – e viva le iniziative meritorie, come ad esempio quelle del FAI e di Legambiente, che ci documentano con regolarità le brutture peggiori e sanno coinvolgere i cittadini nella denuncia – la morte dei suoli agricoli sembra invece non interessare. È uno dei più grandi mutamenti che il nostro Paese ha subito nel secondo dopoguerra e non accenna a diminuire: sparisce la campagna, insieme ai contadini, si perdono spesso i terreni più fertili in pianura e in prima collina. Gli appezzamenti che resistono sembra che stiano lì, in attesa che qualcuno ci speculi su, perché diciamolo pure: non c’è bisogno di nuove case, l’edilizia è soltanto un’opportunità di investimento per chi già possiede bei capitali.

Il suolo, se non muore a colpi di fertilizzanti e pesticidi, sparisce: se la sua tutela non entrerà presto a far parte dell’agenda politica delle amministrazioni sarà ora che ci sia una mobilitazione popolare in sua difesa. È uno scempio senza fine, che pregiudica la qualità delle nostre vite in termini ecologici e anche gastronomici. Sì: gastronomici, perché ne va anche del nostro cibo, della sua qualità, della sua varietà e della possibilità di poterlo comprare senza che provenga da un altro continente, con tutti gli enormi problemi che ne conseguono.

L’ambiente è un diritto garantito dalla nostra Costituzione e non può esserci tutela dell’ambiente senza tutela del mondo rurale, sia per quanto riguarda la sua produttività, sia per quanto riguarda la sua bellezza. Gli enti locali fanno poco, anzi proprio loro vedono nell’edificabilità dei terreni agricoli e dei suoli liberi una via per fare quadrare i propri bilanci. La politica di Palazzo non se ne cura, e se pare normale da parte di chi governa e ha costruito le sue fortune proprio sull’edilizia, il silenzio dell’opposizione sulla tutela dei terreni agricoli diventa sempre più assordante. Il problema infatti è più che mai politico, oltre che etico e culturale.

Mancano delle politiche di territorio, come per esempio accade invece in Germania, dove per legge si cerca di riutilizzare aree già consumate e dimesse piuttosto che invadere nuovi campi, nuovo suolo, nuova agricoltura, paesaggi. Inoltre, i tedeschi, cercano di compensare nuove occupazioni andando ad agire su altre aree, con interventi di permeabilizzazione o naturalizzazione (contro il dissesto geologico, piantando nuovo verde). Tutto questo lo fanno senza rinunciare all’occupazione in edilizia, e certo senza aumentare il numero dei senzatetto. È solo questione di organizzazione, di razionalizzazione, e soprattutto di sentire il problema, che è gravissimo.

So che anche in alcune Regioni ci sono stati alcuni isolati interventi normativi tesi a migliorare la situazione ma bisogna per forza fare di più. Che si favorisca con incentivi la distruzione di obbrobri costruiti negli anni ‘60 e già fatiscenti per riedificarci sopra qualcosa di bello, che si realizzino recuperi dell’archeologia industriale o di quelle aree urbane fortemente degradate: il lavoro per i costruttori non mancherebbe di certo. Che si tutelino per legge le aree rurali più importanti, come fossero Parchi Nazionali.

Lasciate stare i suoli agricoli, sono una risorsa insostituibile, pulita, bella e produttiva. Sono il luogo che ci fa respirare, che riempie gli occhi, che ci dà da mangiare e che custodisce la nostra memoria, la nostra identità. Continuare a distruggerli, dopo tutto lo scempio che è già stato fatto, non è da Paese civile e un Paese civile dovrebbe predisporre i giusti strumenti di tutela per dare più scuse a chi lo fa.