Pronti a pagare il bidone nucleare?
Marzo 11, 2009

Il 24 febbraio Berlusconi e Sarkozy hanno presentato un accordo per costruire nuove centrali nucleari in Italia. Qualcuno ha commentato che finalmente il nostro paese si appresta a recuperare vent’anni di ritardo, causati dal famigerato referendum del 1987.Ma con la chiusura in Italia del nucleare, il referendum c’entra poco. Il referendum non bloccò alcunché in realtà: solo la centrale di Caorso non venne riavviata (era in fermo per il ricarico del combustibile), le altre erano vetuste e non economiche, già chiuse o destinate ad essere chiuse da Enel. Ricordiamo che quando si svolse il Referendum nel 1987, la centrale di Garigliano era già chiusa, quella di Borgo Sabotino era ferma dall’anno prima, quella di Trino era già stata fermata due volte (nel ‘67 e nel ‘79) per problemi tecnici.
La verità è che il nucleare italiano non esisteva, per questo ci fu il referendum, ed era in crisi in tutto il mondo. Se si guarda alla stessa Francia, si scopre che l’EPR (il reattore ad acqua pressurizzata) attualmente in costruzione è il primo impianto nuovo dopo vent’anni e che negli Stati uniti d’America, la patria del nucleare con i suoi 104 reattori ancora attivi, l’ultima costruzione venne ordinata nel 1978.
Perchè questa crisi? Perchè economicamente non conveniva ed a maggior ragione non conviene ora. L’attuale “ritorno di fiamma” è fondato sulla necessità di ridurre le emissioni di CO2.
L’annuncio del governo però é in netta contraddizione con questo argomento, ovvero l’indispensabilità del nucleare per rispettare gli impegni di Kyoto e dell’Unione Europea in materia di riduzione delle emissioni climalteranti. In contraddizione perchè l’impegno a produrre il 20% dell’energia da fonti alternative scade nel 2020 e per quella data il ministro Scajola ha annunciato che sarà pronta la prima centrale (se tutto andrà per il verso giusto), che impiegherà qualche anno per recuperare la Co2 (tanta), che si consuma per costruire quel mammut di acciaio e cemento che è una centrale di tipo EPR. Centrale, sia detto per inciso, che altro non e’ se non una centrale di seconda generazione (e’ un reattore ad acqua in pressione come quello di Trino Vercellese ideato nel 1961) in cui i sistemi di sicurezza sono notevolmente potenziati attraverso il sistema della ridondanza dei circuiti. Dunque il nucleare non servirà a mantenere gli impegni di riduzione delle emissioni che alterano il clima concordati con le altre nazioni dal nostro paese.
A che cosa servirà allora? A ridurre l’insicurezza degli approvvigionamenti dicono, ed è innegabile che dipendere, nella generazione elettrica, per il 60% dal gas non sia una scelta ottimale.
Ma l’ultima edizione delle “Prospettive dell’energia nucleare 2008?, edito dall’OCSE (non dall’eco delle alternative), sta scritto che “Le risorse conosciute di uranio sono sufficienti ad alimentare un’espansione della capacità di produzione elettrica nucleare, senza ricorrere al riprocessamento, almeno fino al 2050?. La domanda sorge spontanea: costruiamo centrali che stiano in vita 60 anni (le stime sul costo del Kwh si fanno con questa premessa) e la prima sara’ forse pronta nel 2020 sapendo che confidiamo di avere combustibile solo per 30 anni?
In questi anni si è parlato con entusiasmo del reattore in costruzione in Finlandia, quando proprio questo reattore è stato citato dal Financial Times (3 novembre 2008), come simbolo negativo della presunta rinascita nucleare perché sta accumulando ritardi ed i costi sono saliti enormemente, tanto che è in corso una causa legale fra committenti e il costruttore francese.
E questi francesi, come mai sono cosi disponibili ad offrirci il loro know-how? Improvvisamente filantropi? Semplicemente siamo una bella occasione per loro, l’occasione di fare un sacco di denaro trovando sbocco ad una industria che in regime di libero mercato non sta in piedi, sta in piedi solo in regimi statalisti. Sì perché tornando a guardare fuori della finestra si nota bene che a parte la Finlandia col suo ormai famoso impianto di Olkiluoto, a costruire centrali oggi sono paesi in cui l’energia è affare di stato. Areva, la società francese che costruisce gli EPR, nel 2008 ha registrato un calo degli utili del 21% rispetto all’anno precedente ed ha bisogno di 10 miliardi di euro nei prossimi quattro anni per finanziare gli investimenti programmati nell’attività mineraria di estrazione dell’uranio e negli impianti di produzione del combustibile. Con l’uscita di Siemens il suo debito salirà a 5,5 miliardi di euro (fonte Wall Street Journal Europe 26 feb 2009).
Sarkozy sta semplicemente facendo da piazzista per le sue imprese e la posta in palio e’ alta, il costo dell’EPR finlandese attualmente e’ arrivato a 4,5 miliardi, Alessandro Clerici (nuclearista convinto e presidente del Gruppo di Lavoro WEC “Il futuro ruolo del nucleare in Europa”) stima in 5 miliardi il costo di un EPR oggi, per cui 4 EPR fanno ben 20 miliardi di euro! Mica male di questi tempi.
Ma attenzione il conto non e’ finito qui perché per arrivare al 25% di produzione da nucleare ci vorranno altre centrali e altri soldi (in totale si stimano 37,5 miliardi di euro in centrali) e perché il nucleare, non dimentichiamolo, e’ un sistema. Non come un parco eolico che si mette in piedi in qualche mese e si allaccia alla linea di distribuzione ed e’ finita li, o come qualche pannello solare che si monta sul tetto. No il nucleare consuma barre di uranio che dovremo importare dall’estero e produce pericolose scorie che vanno messe da qualche parte e custodite per qualche migliaio di anni. A questo riguardo gli italiani si ricordino che in bolletta alla voce A2 pagano ogni bimestre qualcosina per sistemare le vecchie centrali nostrane.
Nel bilancio 2006 della Sogin – la società italiana preposta allo smaltimento delle centrali – era riportata la cifra di 4,3 miliardi di euro per smantellare il totale dei 1.200MW che avevamo costruito. La stima che circolava lo scorso anno per costruire la discarica definitiva dove mettere il combustibile consumato, attualmente stoccato un po’ ovunque (in Italia e all’estero) e’ di (ulteriori) 1,5 miliardi.
Dunque siamo pronti a pagare?
Noi no, a noi sembra più conveniente pensare ad altre risorse per produrre energia. Risorse che non sono chimere visto che il nostro paese, pur fra le sue mille contraddizioni, nel 2008 ha installato 1,010 MW di eolico (fonte Enav) e con questa fonte ha prodotto 6.637 milioni di Kwh (+62,9% rispetto al 2007, dati TERNA), e installato circa 300 MW di fotovoltaico (fonte GSE). All’estero gli USA in epoca ancora pre-Obama hanno installato eolico pari a 8 volte quello installatoda noi ( e sono balzati subito in prima posizione superando la Germania), seguiti dalla Cina (6 mila MW) e dall’India (fonte GWEC). Che dire poi della riqualificazione energetica degli edifici italiani? Basta ricordare che il nuovo che si costruisce annualmente in base a nuovi parametri è circa pari a un 3%, ma è l’esistente, pari al 97%, la miniera nascosta di energia risparmiabile e di posti di lavoro.
In economia si dice che ogni paese debba sfruttare le proprie risorse, nel commercio si persegue la specializzazione seguendo la legge dei vantaggi comparati, perché non fare lo stesso in materia di energia? Perché copiare un paese vicino quando abbiamo altre risorse naturali che ci renderebbero davvero indipendenti da ricatti esterni, riducendo le emissioni inquinanti?
Ma forse e’ una soluzione troppo semplice che non permette la gestione di grandi commesse…
Roberto Meregalli (Beati i costruttori di pace)
Roberto Brambilla (Rete Lilliput)
Mario Agostinelli (Unaltralombardia)
Torna la speculazione anni ‘60
Marzo 9, 2009

Nel dossier su la Repubblica , 8 marzo 2009 le prime reazioni al piano casa preannunciato dal governo e l’analisi dell’andamento dell’edilizia dal 2000 (m.p.g.)
Berlusconi: “Via al piano edilizia”
ma molte Regioni dicono no
di Paola Coppola
Serve “per smuovere l’economia”, per rimettere in moto l’edilizia “ferma e impastoiata da mille burocratismi”. Darà “a chi ha una casa e nel frattempo ha ampliato la famiglia la possibilità di aggiungere una o due stanze”. Senza rischi di abusi, garantisce Berlusconi. Il piano straordinario per l’edilizia si farà, e subito: alla prossima riunione del Consiglio dei ministri, “venerdì faremo il provvedimento”, chiarisce il premier.
Per il ministro delle Infrastrutture Matteoli è possibile trovare punti di incontro sul provvedimento perché “è una necessità non solo delle Regioni di centrodestra ma di tutto il Paese”. Giusto riparlare del piano per il leader leghista Bossi, che però frena: “Alcuni ci credono molto, io meno”.
Ora toccherà alle Regioni valutare il documento, discusso con Veneto e Sardegna, e che potrebbe essere ripreso in gran parte dal governo con una norma nazionale da affiancare a quelle regionali. Il piano dà il via libera a un aumento delle cubature del patrimonio edilizio con la possibilità per le Regioni che lo accettano di ampliare gli edifici esistenti del 20%, di abbattere edifici realizzati prima del 1989 per ricostruirli, con il 30% di cubatura in più in base agli “odierni standard qualitativi, architettonici, energetici”, di abolire il permesso di costruire e sostituirlo con una dichiarazione di conformità da parte del progettista.
Ma la maggioranza delle Regioni già frena sul testo che dovrebbe essere alla base della normativa che vuole rivoluzionare le norme su costruzioni e ristrutturazioni. Se il Veneto si candida a fare da apripista, e per il governatore Galan “non ci sarà alcuno scempio, ma si tratterà di operare sul patrimonio edilizio esistente”, e la Sardegna è favorevole, l’Abruzzo è pronto a valutare il piano e la Sicilia lo “sposa pienamente”, come dice l’assessore ai Lavori pubblici della giunta Lombardo, Gentile, ma molti governatori di centrosinistra sono perplessi perché temono soprattutto l’impatto ambientale.
È cauto il governatore lombardo Formigoni: “Tutto ciò che va nella direzione della sburocratizzazione e della accelerazione dei procedimenti normativi non può che essere positivo”, dice. E precisa: “Studieremo il progetto con un atteggiamento di apertura, ma anche con prudenza, per ciò che può andare a discapito del territorio. Quello della Lombardia è già fortemente antropizzato”. Frena anche l’assessore lombardo al Territorio, il leghista Boni: “Abbiamo approvato una legge che restringe i poteri dei Comuni per impedire di occupare nuovo suolo pubblico”. Bocciatura dal Piemonte: “Discutibile la proposta di permettere di aumentare la cubatura nelle parti esterne, senza controlli: potrebbe provocare disastri nel patrimonio architettonico e nel paesaggio”, dice Mercedes Bresso. In Piemonte una legge permette già di ampliare la cubatura per interventi di ecoedilizia e per le ristrutturazioni di mansarde e parti interne degli edifici. Il piano preoccupa il presidente della Regione Emilia Romagna, Errani; Martini lo bolla come “una proposta inaccettabile, costruita solo con alcune regioni, anziché attraverso un confronto con tutte”. Anche in Toscana si possono ampliare le superfici abitative o installare impianti di energia rinnovabile “con i contributi regionali e senza far saltare leggi e regolamenti”, dice il governatore. Per Marrazzo, governatore del Lazio, è “una forma surrettizia di condono”. Rilanciare l’edilizia è un volano utile, ma bisogna ripartire da quella pubblica, dice Burlando, governatore della Liguria. Contraria la presidente della Regione Umbria, Lorenzetti, il governatore delle Marche, Spacca, chiede di “evitare la deregulation”. E “no” anche da Campania, Puglia e Basilicata. Perplesso Loiero: “Si può raggiungere meglio l’obiettivo con incentivi reali come quelli che la Calabria ha messo a disposizione e senza cambiare le regole”.
Ambientalisti sul piede di guerra
di Adriano Bonafede
La più dura è Legambiente, che in una nota scomoda addirittura il classico Mani sulla città di Francesco Rosi: “Sembra di tornare alla situazione descritta in quel film, al tempo in cui in barba a qualsiasi norma, Piano o Regolamento edilizio, negli anni ‘60 in Italia, speculatori senza scrupoli hanno potuto ampliare, demolire, ricostruire edifici brutti e insicuri”. Secondo l’organizzazione di difesa dell’ambiente, “sono pagine di storia del nostro Paese che hanno fatto nascere edifici e periferie squallide, dove l’edilizia ha creato ricchezza solo per gli speculatori e case invivibili”. Ha poi aggiunto Edoardo Zanchini, responsabile Urbanistica di Legambiente: “Pensare di premiare con il 20-30% di aumento di cubatura interventi che verrebbero realizzati in deroga a Piani urbanistici e regolamenti edilizi significa rendere più brutte e invivibili le città italiane e premiare gli speculatori”.
Le preoccupazioni degli ambientalisti riecheggiano anche nel commento di Ermete Realacci, ora responsabile di queste tematiche per il Pd: “È indispensabile un forte rilancio dell’edilizia pubblica sia per l’uso abitativo che per quello scolastico. Ma le norme annunciate dal governo appaiono confuse e pericolose. La proposta di oggi sarebbe iniqua e devastante per l’equilibrio delle città, speriamo resti solo un annuncio come tanti altri”.
Per Giovanna Melandri, responsabile Cultura del Pd, “l’Italia rischia di dare l’ultimo assalto alla propria bellezza e al proprio paesaggio, valori imprescindibili della nostra identità e del nostro futuro”.
Da parte degli urbanisti, come si vede anche dagli articoli in pagina, si insiste sul fatto che con questa liberalizzazione il governo rinuncia sia al progetto iniziale che al controllo finale. Dice Daniel Modigliani, ex direttore del Piano Regolatore di Roma: “Il governo ha di fatto deciso di non volersi occupare della trasformazione edilizia delle aree metropolitane, nelle quali, peraltro, abita l’85 per cento della popolazione italiana. È quasi peggio di un condono edilizio: almeno quello riguarda soltanto gli edifici irregolari; in questo caso, invece, anche tutto ciò che è regolare”.
Gli unici a vedere con favore il provvedimento “liberalizzatore” sono i costruttori, che si aspettano una nuova stagione di affari.
Fuksas:
“Un delirio che può accadere solo qui in Italia”
L’architetto Massimiliano Fuksas è categorico: “Non esiste nessun altro paese in cui si possa fare quello che il governo italiano sembra ora ipotizzare. In Francia, in Spagna, in Germania, paesi che conosco bene, c’è sempre la presentazione di un progetto e c’è un’autorizzazione. Qui invece c’è la resa totale dello Stato. È un delirio”. Per Fuksas il governo, anche nel campo edilizio, ripropone una strada che ha già battuto in altri casi: “Il messaggio è chiaro: la burocrazia non è capace, quindi fate come credete. Così come si dice: fatevi le ronde perché la polizia non può farlo. Per uno come me, affezionato all’idea di Stato, c’è un senso di frustrazione”. Un intervento sull’edilizia si può fare: “Ma ci vorrebbe un piano vero come il Piano Fanfani negli anni 50″.
Cervellati:
“Sciagura che impoverisce tutto il Paese”
“Manca totalmente un progetto. C’è semmai un elemento di speculazione e di favore per chi ha già una casa, che può ampliarla. L’edilizia ha un valore ma andrebbe indirizzata verso determinate aree e problemi”. L’urbanista Pier Luigi Cervellati è a dir poco allarmato. “Siamo di fronte a una forma di deregulation con il paravento del risparmio energetico. E poi, nessuno sa con quali parametri misuro questo risparmio: aumento la profondità dei muri? Lavoro all’interno? In Trentino Alto Adige sono stati identificati dei parametri. È evidente che il tutto andrebbe pianificato, studiato con obbiettivi molto precisi. Senza di ciò il progetto diventa una forma di speculazione che porta a un impoverimento del paese. Il liberismo nell’edilizia senza un’idea è una sciagura”.
Secchi:
“Uno scandalo che farà scattare
la deregulation selvaggia”
“Questo progetto mi sembra veramente scandaloso”. A parlare è l’architetto Bernardo Secchi, ordinario di Urbanistica all’Università di Venezia. “È vero che quando si adeguano gli edifici alle norme energetiche c’è bisogno di qualche metro quadro in più, ma tutto ciò non può essere lasciato all’iniziativa di chiunque”. All’estero, aggiunge Secchi, si fanno sempre dei progetti di massima, “dove gli urbanisti dicono quali sono le performance che devono avere gli edifici (ad esempio in Francia ci sono le classi A,B,C, ecc). Soltanto all’interno di questi progetti possono intervenire i singoli”. E poi non basta un’autocertificazione del progettista: “Certo che no. La certificazione deve essere fatta da un apposito ente, altrimenti è liberalizzazione selvaggia”.
Buzzetti:
“Il progetto darà una spallata alla burocrazia”
“Comprendo le perplessità che alcuni hanno manifestato, ma confido nel fatto che alla fine il progetto del governo sarà più equilibrato di quanto non sia apparso finora”. Chiedere a un costruttore cosa ne pensa di una norma che di fatto liberalizza e semplifica l’edilizia è come chiedere all’oste se il vino è buono. Paolo Buzzetti, presidente dell’Ance, fa dunque il suo mestiere, ma si rende conto delle criticità: “Io credo che la norma che prevede l’abolizione dell’autorizzazione riguarderà solo gli interventi più piccoli, non i più grandi. In ogni caso da sempre i costruttori chiedono ai governi una semplificazione e una maggiore rapidità delle procedure. Questo provvedimento darà una spallata alla burocrazia”.
Otto anni di boom edilizio ininterrotto
di Rosa Serrano
Quanto è cresciuto in questi anni il patrimonio abitativo italiano? Quanti metri cubi di cemento si sono posati uno sull’altro per venire incontro alla richiesta di case delle famiglie italiane? E soprattutto, questo bisogno è stato alla fine soddisfatto? Alla vigilia della nuova “rivoluzione del mattone” annunciata dal presidente del Consiglio, cerchiamo di dare qualche risposta, di diradare qualche dubbio. E come prima cosa, scopriamo che dal 2000 ad oggi il flusso di nuove abitazioni costruite ogni anno si è fatto via via sempre più impetuoso. Il dato ci viene fornito dal Cresme: nel 2000 erano 159 mila. Lo scorso anno quasi il doppio: 287.000 (che salgono a 323 mila se includiamo gli ampliamenti di edifici esistenti). Un balzo di oltre l’80 per cento, che sarebbe stato anche maggiore se nel 2008 non si fosse registrata una lieve flessione. L’Agenzia del territorio non fa che confermare questo boom pluriennale del mattone: tra il 2003 e il 2007 il patrimonio residenziale complessivo (cioè lo stock esistente) è salito da 28,8 milioni di abitazioni a 31,4: 2 milioni 600 mila in più. Metà di questo aumento è concentrato al Nord. Il resto se lo dividono Centro e Mezzogiorno con una prevalenza di quest’ultimo, dove lo stock è salito di 700 mila unità.
Malgrado l’ultimo rallentamento creato dalla crisi economica, si è tornati a costruire allo stesso ritmo degli anni ‘80, decennio che conobbe il primo grande condono edilizio, quello deciso da Bettino Craxi. Seguìto dalle due sanatorie di Berlusconi e dalla legge “padroni a casa propria”, che oggi il premier vuole in qualche modo riprendere ed estendere dalle ristrutturazioni interne alle cubature esterne.
Di fronte a questo rinnovato e duraturo boom edilizio, ci si aspetterebbe di veder soddisfatta gran parte della fame di abitazioni delle famiglie italiane, ancora non proprietarie. Invece no. Sentiamo quello che ci dice l’associazione dei costruttori, l’Ance, in un suo report. Nel quadriennio 2003-2007 sono stati rilasciati permessi per costruire 1,2 milioni di alloggi a fronte di un fabbisogno abitativo proveniente da nuove famiglie di circa 1,5 milioni di case. Insomma, alla fine ci sono 78 abitazioni per 100 nuove famiglie. Cosa significa questo? Che bisogna costruire ancora di più? In realtà, finora si è costruito moltissimo per il mercato (sempre più ricco) e pochissimo per l’edilizia popolare. Al rilancio di quest’ultima ora punta il Piano Casa che il governo ha sbloccato ieri l’altro con le Regioni. Si cerca in altre parole di intercettare quelle fasce deboli di famiglie tagliate fuori in tutti questi anni dai prezzi inaccessibili e dalla stretta creditizia che ha drasticamente ridotto il ricorso ai mutui soprattutto da parte di giovani o immigrati. Ma tagliate fuori anche da una scarsa offerta di case in affitto a canoni possibili. Chi contesta, come gli ambientalisti, il ricorso a nuove costruzioni, ricorda a questo proposito il fenomeno delle case sfitte. Secondo una recentissima ricerca del Sunia, a Roma sono oltre 245.000 su 1,7 milioni di abitazioni; a Milano 81.000 su 1,6 milioni.
Oltre al piano di edilizia popolare che il governo cerca di legare a una maggiore offerta di affitti a basso prezzo, resta da capire se e in che misura la “liberalizzazione edilizia” che Berlusconi si appresta a presentare (con libertà di ampliare, di demolire e di ricostruire case) verrà incontro alle esigenze delle famiglie attraverso il recupero del patrimonio abitativo esistente, o se verrà utilizzato solo per nuove speculazioni edilizie.
Licenze edilizie, no della Puglia
di Giuliano Foschini
“Nessun aumento di cubature straordinarie. “Fin quando governeremo noi, operazioni scellerate come questa non saranno mai possibili”. L’assessore regionale all’Urbanistica, Angela Barbanente, chiude le porte in faccia alla proposta di legge del governo Berlusconi che consentirebbe aumenti di cubature dal 20 al 35 per cento a tutte le strutture residenziali. “Non firmeremo mai quella convenzione – continua l’assessore che è anche docente al Politecnico di Bari in Pianificazione urbanistica – perché sarebbe come mandare all’aria decenni di studi, di dibattiti, di leggi e discussioni sulla pianificazione del territorio soltanto per soddisfare pericolosissimi appetiti speculativi. Questa manovra con lo sviluppo non ha nulla a che fare: è un’operazione che serve soltanto a sanare gli abusi, prima ancora che diventino tali, senza una verifica della sostenibilità ambientale e paesaggistica degli interventi”.
“In questi anni – continua la Barbanente – la Regione ha dato in materia di urbanistica e quindi di tutela del territorio degli indirizzi ben precisi, puntando soprattutto sulla sostenibilità ambientale. La nostra linea di governo è questa, chiara e netta. Se qualcuno ha intenzione di portare avanti la politica dell´abuso e delle sanatorie, dovrà bussare ad altre porte”.
La Barbanente è critica con Berlusconi anche sulla vicenda legata al piano casa. “Stanno cercando di fare propria – spiega – un’operazione voluta e finanziata del governo Prodi che loro avevano distrutto e che oggi è stata recuperata soltanto grazie alla strenua resistenza delle Regioni, comprese quelle di centrodestra. Oggi il governo ha sbloccato 200 milioni di euro, rispetto ai 550 iniziali, privilegiando i progetti cantierabili. Noi quindi dovremmo vederci finanziare tutti i nostri progetti da 36 milioni”. Ma non è soltanto l’urbanistica il terreno di scontro tra il governo pugliese e quello nazionale. Ieri il presidente della Regione, Nichi Vendola, ha criticato duramente la spartizione dei fondi Cipe e Fas decisa venerdì dal consiglio dei ministri. “Dagli interventi del Governo – dice – sono scomparsi il piano per le bonifiche dei siti inquinati, comprese quelle per Brindisi e Taranto, i fondi Industria 2015, e gli interventi per le imprese. L’alta capacità ferroviaria Bari-Napoli è completamente assente mentre opere come la Maglie-Leuca ed il Nodo di Bari non rappresentano alcuna novità, essendo già state indicate dai piani del governo precedente”.
Le mani sulla città
Marzo 7, 2009
| Un commento a caldo di Edoardo Salzano (www.eddyburg.it) sulla “nuova” politica urbanistica lanciata da Berlusconi: torniamo indietro di qualche secolo. Il manifesto, 8 marzo 2009 |

| Scatenare gli “spiriti animali” della speculazione edilizia più forsennata e rozza per dare uno choc all’economia, un colpo alla burocrazia e un volano enorme all’edilizia: questo, secondo le sue parole, il progetto di politica urbanistica dell’uomo che gli italiani, aiutati da una legge elettorale balorda, hanno scelto per governare. Si potranno aumentare del 20% le cubature di tutti gli edifici residenziali esistenti e della stessa quantità le aree coperte dagli edifici ad altra destinazione. Si potranno demolire e ricostruire, con il 30% in più, gli edifici costruiti prima del 1989. Tutto questo in deroga ai piani regolatori e ai pareri degli uffici: basta la certificazione di un tecnico.
Siamo alla follia. Si cancellano non pochi decenni, ma alcuni secoli di tentativi di regolare un mercato (quello dell’utilizzazione del suolo a fini urbani) che, lasciato alla spontaneità, stava distruggendo le città e rendendone invivibili le condizioni per gli abitanti e le attività. La regolamentazione del territorio nell’interesse collettivo non nasce nei paesi del socialismo reale, e neppure in quelli del welfare state, ma agli albori del XIX secolo nei paesi del capitalismo maturo. Arrivò più tardi nei paesi in cui le debolezza dell’imprenditoria moderna lasciava ampio spazio alla rendita, come l’Italia. Qui la regolamentazione urbanistica venne introdotta, nell’epoca fascista, dopo un conflitto che vide, all’interno di quel mondo, la vittoria delle forze del profitto su quelle della rendita: fu nel 1942, quando la legge del fascista Gorla fu approvata contro le resistenze dei difensori del privilegio indiscriminato della proprietà privata. Aumentare le cubature e le superfici delle costruzioni esistenti in deroga a piani (per di più già spesso sovradimensionati) significa compromettere tutte le condizioni della vivibilità: peggiorare le condizioni del traffico, il carico delle reti dell’acqua e delle fogne, ridurre l’efficienza delle scuole, del verde, dei servizi sociali, peggiorare le condizioni dell’aria e dell’acqua, ridurre gli spazi pubblici, rendere più difficile la convivenza. Significa privilegiare, nell’economia, le componenti parassitarie rappresentate dalla speculazione immobiliare rispetto a quelle della ricerca, dell’innovazione dei sistemi produttivi, dell’utilizzazione delle risorse peculiari della nostra terra. Non dimentichiamo che scatenare l’attività edilizia indiscriminata provocherà la distruzione di paesaggi, di beni artistici e culturali, di testimonianze storiche e di bellezza: insomma, di tutte le componenti del patrimonio comune, già così debolmente tutelati nel nostro paese. Non è un caso che uno dei presidenti regionali che darà il via al provvedimento è quel Cappellacci, viceré della Sardegna in nome di Berlusconi, cui lo champagne di festeggiamento del trionfo elettorale fu offerto da quel tale che aspetta di costruire 300mila mc sulla necropoli punica di Tuvixeddu-Tuvumannu. E riflettiamo sul fatto che affidare le decisioni delle demolizioni e ricostruzioni e degli ampliamenti edilizi al parere tecnico di professionisti pagati dagli stessi operatori immobiliari interessati significa sottrarre ogni decisione non a una parassitaria burocrazia, ma ai pareri di qualificati funzionari pubblici e alla possibilità dei cittadini di concorrere, mediante le procedure della pianificazione urbanistica e l’intervento diretto di partecipazione, alle scelte di trasformazione dei territori sui quali vivono. Da quale palazzo o palazzetto della politica nascerà il segnale di una protesta che fermi la marcia verso la devastazione? |
L’AMACA, 22 febbraio 2009
Febbraio 25, 2009
di Michele Serra
Leggendo un dotto intervento di Piero Ostellino mi sono imbattuto nella ripetizione (ennesima) del concetto politico più gettonato degli ultimi anni: la sinistra non ha più identità propria, e vive solo di antiberlusconismo. Visto che lo dicono tutti dev’essere vero, mi sono detto. Ma ho anche aggiunto (ormai parlo da solo, come gli anziani e i matti) che magari, oltre a essere vero, è anche inevitabile. E cioè: il berlusconismo riassume così perfettamente ciò che le persone di sinistra non sopportano (ricchezza offensiva, ignoranza del limite, spregio per la cultura, clericalismo in campo etico e classismo anticristiano in campo sociale, più il resto che non sono spiccioli) da rendere ovvia la speranza che prima o poi questo momento deprimente e pericoloso della storia italiana finisca.
Piuttosto, vorrei chiedere a Ostellino: invece di chiedersi perché quelli di sinistra sono antiberlusconiani, perché non si chiede più spesso come fanno i liberali come lui a non esserlo? Chi non ha l’affanno, beato lui, di patire Berlusconi come una malattia di questo povero paese, è forse democraticamente più perspicace, più vigile e più coerente? E se venisse un giorno, caro Ostellino, che essere stati contro Berlusconi vorrà dire semplicemente essere stati a favore dei diritti delle persone, delle leggi repubblicane e della democrazia?
La trappola del partito
Febbraio 17, 2009
di Concita De Gregorio, Direttore de l’Unità – Fondato da Antonio Gramsci nel 1924
17 febbraio 2009
I due giorni che abbiamo appena trascorso sono stati i più bui nella breve storia del Partito democratico. Delle sue oligarchie, per l’esattezza: punite con severità assoluta da un elettorato stanco di lotte intestine e clandestine, dei giochi di potere sotterranei eppure così visibili, di mezze frasi dovute alla stampa e sorrisi di fratellanza esibiti ai fotografi da un residuo e sempre meno convinto obbligo di decenza. Dalla necessità di nascondere una lotta fratricida fatta di colpi bassi e bassissimi: una guerra che mai si cura del bene comune, dell’alleanza politica, dell’interesse pubblico, delle città e delle Regioni, delle persone che ci vivono, del Paese. Una politica dimentica di essere al servizio del Paese e dei cittadini, convinta che i cittadini siano al suo servizio: serbatoio di voti da usare alla bisogna come merce inerte. Gli oligarchi hanno ancora una volta giocato la loro partita a scacchi, fieri di escogitare ogni giorno nuovi trucchi, inedite strategie di offensiva reciproca. Gli elettori li hanno puniti: esausti, esasperati, nauseati fino al punto di farsi del male, pratica che del resto nel centrosinistra è consueta.
La bella e netta vittoria di Matteo Renzi alle primarie fiorentine segna il punto più basso della storia del partito che da solo fino all’altro ieri ha governato la città, che l’ha retta per decenni con maggioranze assolute e spesso “bulgare”, si diceva una volta. Gli eredi dei Ds hanno giocato ad ostacolarsi a vicenda in una trama che coinvolge ora anche gli epigoni della tradizione democristiana e che dunque vede sconfitto il cattolico Pistelli (candidato della segreteria), duramente sconfitto Michele Ventura (messo in campo all’ultimo minuto contro di lui dall’ala rivale), dignitosamente sconfitta l’unica donna che pure ha scontato l’impopolarità di un partito che il sindaco uscente ha più d’una volta apertamente criticato, per tacere del massacro che è stata la vicenda Cioni. Onore dunque alla vittoria di Renzi, trentenne presidente della Provincia gradito anche da un elettorato moderato e moderatissimo. Vince un giovane che si presenta come estraneo agli apparati, sebbene non esista Alice in un paese che ha perso ogni meraviglia. Renzi è il metro esatto della saturazione dei cittadini: un segnale definitivo di voglia di cambiare, l’ultimo.
Il tracollo catastrofico del centrosinistra sardo dentro il quale Renato Soru ha avuto successo personale molto alto (di 4 punti la sua distanza da Cappellacci, di 14 quella fra gli schieramenti nei dati provvisori della sera) racconta di un Pd che ha scelto di uccidersi piuttosto che provare a esistere. Soru è stato battuto dallo strapotere mediatico ed economico del premier, certo: un’offensiva senza precedenti che affonda nel burro di un’Italia indebolita allo stremo dalla lusinga perpetua della prepotenza del denaro e del disprezzo delle regole. Ma è rimasto vittima, Soru, anche della trappola del suo stesso partito. Quello che aveva apertamente sfidato e che nelle province rosse è arrivato ad esercitare il voto disgiunto contro di lui. Una vendetta. Uno sfregio che chi poteva non ha voluto o saputo evitare. Basta, ha detto il voto. A una sola cosa serve toccare il fondo quando non uccide. A risalire leggeri, sulla terra leggeri.
**********************
PER NON DIMENTICARE
Febbraio 9, 2009

Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (ADSN).
Roma 11 febbraio 1950


