OTTOERRE
Giugno 23, 2009

La “società della decrescita” presuppone, come primo passo, la drastica diminuzione degli effetti negativi della crescita e, come secondo passo, l’attivazione dei circoli virtuosi legati alla decrescita: ridurre il saccheggio della biosfera non può che condurci ad un miglior modo di vivere. Questo processo comporta otto obiettivi interdipendenti, le 8 R: rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Tutte insieme possono portare, nel tempo, ad una decrescita serena, conviviale e pacifica.
Rivalutare. Rivedere i valori in cui crediamo e in base ai quali organizziamo la nostra vita, cambiando quelli che devono esser cambiati. L’altruismo dovrà prevalere sull’egoismo, la cooperazione sulla concorrenza, il piacere del tempo libero sull’ossessione del lavoro, la cura della vita sociale sul consumo illimitato, il locale sul globale, il bello sull’efficiente, il ragionevole sul razionale. Questa rivalutazione deve poter superare l’immaginario in cui viviamo, i cui valori sono sistemici, sono cioè suscitati e stimolati dal sistema, che a loro volta contribuiscono a rafforzare.
Ricontestualizzare. Modificare il contesto concettuale ed emozionale di una situazione, o il punto di vista secondo cui essa è vissuta, così da mutarne completamente il senso. Questo cambiamento si impone, ad esempio, per i concetti di ricchezza e di povertà e ancor più urgentemente per scarsità e abbondanza, la “diabolica coppia” fondatrice dell’immaginario economico. L’economia attuale, infatti, trasforma l’abbondanza naturale in scarsità, creando artificialmente mancanza e bisogno, attraverso l’appropriazione della natura e la sua mercificazione.
Ristrutturare. Adattare in funzione del cambiamento dei valori le strutture economico-produttive, i modelli di consumo, i rapporti sociali, gli stili di vita, così da orientarli verso una società di decrescita. Quanto più questa ristrutturazione sarà radicale, tanto più il carattere sistemico dei valori dominanti verrà sradicato.
Rilocalizzare. Consumare essenzialmente prodotti locali, prodotti da aziende sostenute dall’economia locale. Di conseguenza, ogni decisione di natura economica va presa su scala locale, per bisogni locali. Inoltre, se le idee devono ignorare le frontiere, i movimenti di merci e capitali devono invece essere ridotti al minimo, evitando i costi legati ai trasporti (infrastrutture, ma anche inquinamento, effetto serra e cambiamento climatico).
Ridistribuire. Garantire a tutti gli abitanti del pianeta l’accesso alle risorse naturali e ad un’equa distribuzione della ricchezza, assicurando un lavoro soddisfacente e condizioni di vita dignitose per tutti. Predare meno piuttosto che “dare di più”.
Ridurre. Sia l’impatto sulla biosfera dei nostri modi di produrre e consumare che gli orari di lavoro. Il consumo di risorse va ridotto sino a tornare ad un’impronta ecologica pari ad un pianeta. La potenza energetica necessaria ad un tenore di vita decoroso (riscaldamento, igiene personale, illuminazione, trasporti, produzione dei beni materiali fondamentali) equivale circa a quella richiesta da un piccolo radiatore acceso di continuo (1 kw). Oggi il Nord America consuma dodici volte tanto, l’Europa occidentale cinque, mentre un terzo dell’umanità resta ben sotto questa soglia. Questo consumo eccessivo va ridotto per assicurare a tutti condizioni di vita eque e dignitose.
Riutilizzare. Riparare le apparecchiature e i beni d’uso anziché gettarli in una discarica, superando così l’ossessione, funzionale alla società dei consumi, dell’obsolescenza degli oggetti e la continua “tensione al nuovo”.
Riciclare. Recuperare tutti gli scarti non decomponibili derivanti dalle nostre attività.
La storia delle cose 2
Marzo 2, 2009
La storia delle cose 1
Febbraio 25, 2009
Annie Leonard ci spiega qual’è il problema della corsa al consumismo iniziata negli anni 50. Il perchè oggi ci stiamo dirigendo contro un muro.
Senzatetto col Ferrari
Novembre 25, 2008

DECELERAZIONE
Ottobre 23, 2008

LA DECELERAZIONE
Velocità ridotte e distanze più brevi come obiettivi della politica dei trasporti
di Hermann Knoflacher, Professore Universitario presso la Technische Universität Wien, il politecnico di Vienna, Istituto di pianificazione e tecnica viabilistica
Relazione ai Colloqui di Dobbiaco 2008. LA GIUSTA MISURA. La limitazione come sfida per l’Era Solare
Il progresso compiuto negli ultimi duecento anni sulla scia dell’industrializzazione ci ha allontanato sempre di piú dalla misura e dalla natura umana. Ne è scaturito una sorta di “superuomo” che, fino a poco tempo fa, credeva che la tecnologia rendesse tutto possibile, e che tutto ciò che è umano fosse invece troppo debole, troppo piccolo o troppo lento. Il sistema dei trasporti, poi, sembrava essere il veicolo ideale per rendere l’uomo piú grande e quasi onnipresente: si poteva arrivare piú lontano che mai e con estrema facilità, o acquistare merci a prezzi che un tempo sarebbero stati impensabili. Tuttavia, queste conquiste sono durate – storicamente parlando – per un periodo molto breve, poiché guadagnando in distanza, l’uomo ha perduto in “vicinanza”, e con la conquista di merci lontane e prodotti di massa, l’uomo ha perduto la varietà e, alla fine, anche il gusto e la conoscenza delle differenze qualitative locali.
Ciò nondimeno, la società ha elevato la categoria degli esperti di traffico al rango di scienziati, e quella del commercio al rango di “economia”. La prima ha costruito dei sistemi viabilistici partendo da supposizioni raffazzonate, e producendo conseguenze che ancora non ha capito, mentre la seconda è diventata la creatura prediletta dei politici, poiché sarebbe riuscita – almeno cosí si dice – a realizzare imperi economici e profitti da capogiro partendo apparentemente dal nulla. Peccato che né l’una né l’altra categoria disponga di fondamenti scientifici affidabili, e tantomeno di quella scientificità che dovrebbe indurle ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni e delle loro conseguenze.
La velocità è l’anormalità
Se le si studia dal punto di vista scientifico, le alte velocità provocano inevitabilmente una distruzione delle strutture locali, a maggior ragione se le si sottrae – come è avvenuto finora – al principio dell’internalizzazione dei costi (“chi inquina paga”). Le alte velocità, infatti, alterano i mercati in favore delle grandi multinazionali, sottraendo qualsiasi sbocco all’economia locale. I costi di tutto ciò sono scaricati in gran parte sulla popolazione, e in particolare sui ceti piú poveri, sulla natura e sulle generazioni future, soprattutto per lo sfruttamento indiscriminato e irresponsabile delle risorse, a partire dai combustibili fossili. Ora che si sta rivelando sempre piú irrealizzabile nel trasporto stradale, quest’ideologia delle alte velocità viene applicata, dagli stessi beneficiari, ma in modo altrettanto insensato, al trasporto ferroviario, facendo nascere delle strutture altrettanto miopi quanto le autostrade.
Peraltro, – come ci insegnano i filosofi – la velocità è anche una questione di potere, anche se non occorrono chissà quali riflessioni filosofiche per capire che, in realtà, ci si illude superficialmente di avere potere, salvo poi rendersi conto che ogni automobilista s’arrende piú o meno consapevolmente al potere delle multinazionali automobilistiche e petrolifere, accettando, di fatto, di essere alla loro mercé e al loro arbitrio.
La trappola della velocità
Secondo le teorie convenzionali sui trasporti e sull’economia, le località turistiche svizzere chiuse al traffico veicolare privato dovrebbero essere già da tempo delle lande desolate e improduttive, e le isole pedonali delle nostre città un cumulo di rovine. Il fatto, invece, che sia dimostrato l’esatto contrario è tenuto abilmente nascosto agli occhi dell’opinione pubblica – almeno finché si può – da una lobby fatta di esperti con la formazione sbagliata, politici incolti e uno sparuto numero di categorie che trae benefici di questi errori madornali, come le banche, i costruttori edili, l’industria dei trasporti e le imprese energetiche. In realtà, le ombre del calo costante delle riserve petrolifere diventano non solo sempre piú evidenti, ma anche sempre piú scure. E tanto va la gatta al lardo, che ben presto ci lasceranno lo zampino tutti coloro che avranno costruito – o approvato – sistemi di trasporto troppo veloci. Del resto, è risaputo che il primo a cadere in trappola è chi corre piú in fretta, mentre chi va piú piano riesce a vederla in tempo e ad evitarla. E certamente non viviamo in un’epoca in cui le trappole scarseggiano.
La lentezza è la normalità
Come dimostrano ormai molti esempi, proprio nella lentezza risiede il potere del cittadino libero e autonomo. Basta guardarsi intorno per vedere che dove dominano i pedoni stanno rinascendo la varietà, la bellezza e l’economia locale. Al posto della mobilità fisica, insensata e distruttiva per l’ambiente, si sta sviluppando una mobilità mentale e, da questa, la varietà dell’offerta e delle soluzioni, quella varietà che ancora oggi trova testimonianza tangibile nella bellezza del patrimonio edilizio e delle attività economiche dei secoli passati. Con la lentezza, inoltre, ci si può sottrarre anche localmente al risucchio della globalizzazione, poiché la lentezza – fosse anche solo per il costo dei tempi – favorisce la nascita o “rinascita” delle filiere locali, che a loro volta favoriscono l’aggregazione fra le persone, comportamenti piú sociali e, alla fine, la “cultura” nel senso piú ampio e umano del termine.
Il prof. Knoflacher e la sua "walkmobile"
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Italia, record del cemento. Invasi tre milioni di ettari
Ottobre 20, 2008
Riporto una bella lettera di CARLO PETRINI, Presidente di Slowfood.

Che effetto vi farebbe se vi dicessero che su tutto il territorio del Lazio e dell’Abruzzo non esiste più un solo filo d’erba, neanche un orto; che le due Regioni sono state completamente, e dico completamente, cementificate? Sono sicuro che la maggioranza degli italiani inorridirebbe. Forse avrebbero una reazione un po’ diversa tutti quelli che a vario titolo sono invischiati in speculazioni edilizie. O gli amministratori che devono fare cassa con gli oneri di urbanizzazione, ma credo, anzi spero, che non siano i più.
Se invece siete tra i più, sentite questa: negli ultimi 15 anni, se si fa un confronto tra i censimenti agricoli del 1990 e del 2005, in Italia sono spariti più di 3 milioni di ettari di superfici libere da costruzioni e infrastrutture, un’area più grande del Lazio e dell’Abruzzo messi insieme. Poco meno di 2 milioni di ettari erano superfici agrarie. Però nessuno sembra inorridire. Forse sarà a causa di una mentalità diffusa secondo la quale se non si costruisce non si fa, non c’è progresso economico. E questo lo dimostrano i programmi elettorali e la composizione delle liste stesse, soprattutto quelle relative alle elezioni amministrative: fateci caso, sono sempre infarcite di soggetti con evidenti interessi nell’edilizia. Sarà un caso?
Dal 1950 a oggi abbiamo perso il 40% dei territori liberi nel nostro Paese, negli ultimi anni il consumo medio annuo è addirittura cresciuto rispetto agli anni passati, quelli del boom economico (ed edilizio). Non ci sono solo gli “eco-mostri”, tanti, che urlano con violenza tutta la loro protervia (sintomo di grande ignoranza) nel deturpare paesaggi e luoghi incantevoli lungo coste, colline e montagne del nostro Paese. Ci sono tanti “eco-mostriciattoli”, e c’è tutta una tendenza a fuggire dall’ambiente urbano, sempre più brutto, caotico e poco salutare, per riparare in campagna, a colpi di villette che mangiano terreno utile alla produzione di cibo e tirano pugni in quegli occhi che ancora cercano bellezza. Prendiamo poi in considerazione l’edilizia per le attività produttive, dalle schiere di scatoloni di cemento che si snodano ininterrotte lungo molte nostre strade, fino al piccolo capannone isolato che abbagliati imprenditori ergono alle pendici (se non proprio in cima, perché nella mia Langa succede anche questo) di una collina particolarmente bella.
L’Italia è al primo posto in Europa per la produzione e il consumo di cemento armato, 46 milioni di tonnellate l’anno: le cave legali e abusive hanno un impatto paesaggistico tremendo, e i cementifici inquinano molto, mangiandosi vigne, campi coltivati, boschi, o compromettendo l’ecosistema di quelli viciniori che gli sopravvivono. Il tutto per foraggiare la costruzione selvaggia di villette a schiera, outlet, depositi e quant’altro. Non posso che sottoscrivere le parole di Giorgio Bocca quando, trovatosi a percorrere l’autostrada tra Milano e Firenze, scrive: “Il primo tratto tra Milano e Lodi si merita questo titolo: la scomparsa del paesaggio. La pianura del Po, “la più fertile e ricca regione d’Europa”, come diceva quel re di Francia di nome Enrico, illustre invasore, la pianura dei pioppi e delle marcite, dei fontanili che sgorgano nei prati di erba medica, il paese di Bengodi, delle montagne di cacio e di ravioli, dei campanili svettanti nel verde, delle abbazie e delle cattedrali, dei battisteri policromi, degli Stradivari e dei culatelli è scomparso, sommerso da una distesa ininterrotta di fabbriche e fabbrichette”.
Non c’è limite al brutto, al volgare, ed è giusto paragonare l’inghiottimento di un battistero policromo alla scomparsa di un prodotto gastronomico tradizionale. Riporto un’altra volta il dato: quasi 2 milioni di ettari di suolo agricolo sono spariti, come dire l’intero Veneto. Se da una parte ci scandalizziamo giustamente perché sparisce il bello – e viva le iniziative meritorie, come ad esempio quelle del FAI e di Legambiente, che ci documentano con regolarità le brutture peggiori e sanno coinvolgere i cittadini nella denuncia – la morte dei suoli agricoli sembra invece non interessare. È uno dei più grandi mutamenti che il nostro Paese ha subito nel secondo dopoguerra e non accenna a diminuire: sparisce la campagna, insieme ai contadini, si perdono spesso i terreni più fertili in pianura e in prima collina. Gli appezzamenti che resistono sembra che stiano lì, in attesa che qualcuno ci speculi su, perché diciamolo pure: non c’è bisogno di nuove case, l’edilizia è soltanto un’opportunità di investimento per chi già possiede bei capitali.
Il suolo, se non muore a colpi di fertilizzanti e pesticidi, sparisce: se la sua tutela non entrerà presto a far parte dell’agenda politica delle amministrazioni sarà ora che ci sia una mobilitazione popolare in sua difesa. È uno scempio senza fine, che pregiudica la qualità delle nostre vite in termini ecologici e anche gastronomici. Sì: gastronomici, perché ne va anche del nostro cibo, della sua qualità, della sua varietà e della possibilità di poterlo comprare senza che provenga da un altro continente, con tutti gli enormi problemi che ne conseguono.
L’ambiente è un diritto garantito dalla nostra Costituzione e non può esserci tutela dell’ambiente senza tutela del mondo rurale, sia per quanto riguarda la sua produttività, sia per quanto riguarda la sua bellezza. Gli enti locali fanno poco, anzi proprio loro vedono nell’edificabilità dei terreni agricoli e dei suoli liberi una via per fare quadrare i propri bilanci. La politica di Palazzo non se ne cura, e se pare normale da parte di chi governa e ha costruito le sue fortune proprio sull’edilizia, il silenzio dell’opposizione sulla tutela dei terreni agricoli diventa sempre più assordante. Il problema infatti è più che mai politico, oltre che etico e culturale.
Mancano delle politiche di territorio, come per esempio accade invece in Germania, dove per legge si cerca di riutilizzare aree già consumate e dimesse piuttosto che invadere nuovi campi, nuovo suolo, nuova agricoltura, paesaggi. Inoltre, i tedeschi, cercano di compensare nuove occupazioni andando ad agire su altre aree, con interventi di permeabilizzazione o naturalizzazione (contro il dissesto geologico, piantando nuovo verde). Tutto questo lo fanno senza rinunciare all’occupazione in edilizia, e certo senza aumentare il numero dei senzatetto. È solo questione di organizzazione, di razionalizzazione, e soprattutto di sentire il problema, che è gravissimo.
So che anche in alcune Regioni ci sono stati alcuni isolati interventi normativi tesi a migliorare la situazione ma bisogna per forza fare di più. Che si favorisca con incentivi la distruzione di obbrobri costruiti negli anni ‘60 e già fatiscenti per riedificarci sopra qualcosa di bello, che si realizzino recuperi dell’archeologia industriale o di quelle aree urbane fortemente degradate: il lavoro per i costruttori non mancherebbe di certo. Che si tutelino per legge le aree rurali più importanti, come fossero Parchi Nazionali.
Lasciate stare i suoli agricoli, sono una risorsa insostituibile, pulita, bella e produttiva. Sono il luogo che ci fa respirare, che riempie gli occhi, che ci dà da mangiare e che custodisce la nostra memoria, la nostra identità. Continuare a distruggerli, dopo tutto lo scempio che è già stato fatto, non è da Paese civile e un Paese civile dovrebbe predisporre i giusti strumenti di tutela per dare più scuse a chi lo fa.
ITALIANI
Ottobre 15, 2008

Ancora una volta la crescita verrà prima di tutto. Anche prima della salute.
Il Ministro Ronchi si lamenta in continuazione. Ha iniziato qualche settimana fa. Ora accellera. Dice che il pacchetto europeo per l’ambiente costerà all’Italia 180 miliardi di euro, quasi 25 miliardi l’anno.
E aggiunge che pur volendo mantenere l’obiettivo dell’Unione europea per la riduzione delle emissioni inquinanti del 20% entro il 2020, l’Italia deve per forza chiedere alla presidenza di turno francese «tempo e flessibilità ».
“Brontolo” Ronchi insiste che con la crisi planetaria che ha cambiato il volto della finanza mondiale non dobbiamo ulteriormente affossare le nostre imprese nei settori cardine del cemento, dell’acciaio e delle auto.
Nel settore cardine del cemento???
Gl fa eco e corre in soccorso “Mammolo” Frattini. Anche per lui “serve una modifica nella direzione di una maggiore «flessibilità sul timing» perchè se fosse approvato così com’è «l’Italia avrebbe un danno grave dato che il costo per il nostro Paese, a regime, equivarrebbe a 1,14 punti del Pil».
Quindi l’Italia insiste per rinegoziare le misure tenendo conto dell’impatto effettivo sull’economia reale.
La Marcegaglia, naturalmente, aumenta il pressing e appoggia.
All’Italia, che minaccia il veto, si sta affiancando la Polonia. E anche la Germania si accinge a dire di No.
Stiamo soffocando. Le malattie cardiorespiratorie e i tumori legati all’inquinamneto sono in costante aumento. Nonostrante i progressi della scienza.
I nostri bambini respirano un’aria di m…. e il governo si fa promotore di un’azione di interdizione per impedire vincoli stringenti del pacchetto clima UE.
Bene.
Il governo Berlusconi piace al 62% degli italiani.
Italiani. Brava gente.
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UNA GRANDE LEZIONE DI GIORNALISMO. ITALIANO.
Ottobre 7, 2008

Che grinta!
Che determinazione!
Che indipendenza!
Che lezione di giornalismo.
Fabio Fazio, domenica sera, ha intervistato Marco Tronchetti Provera.
Subito dopo il monologo introduttivo del brillante manager italiano, nel quale sono state ricordate alcune marginali vicende che lo riguardano marginalmente, tipo il caso Telecom e relativi dossier segreti di Tavaroli, Fabio Fazio non ha lasciato tregua al malcapitato interlocutore.
Una serie di domande scomode hanno permesso al coraggioso anchorman di mettere nell’angolo uno dei protagonisti della finanza italiana. Un vero e proprio interrogatorio, degno dei più bravi magistrati, ha obbligato l’ex proprietario di Telecom ad ammettere le sue responsabilità e a dire finalmente la verità.
L’ultima domanda, che potrebbe valere la direzione di un TG nazionale, ha dato il colpo di grazia.
“E’ vero che è ghiotto di carote, tanto che quest’estate dalle spiagge delle Cinque Terre il suo Yacht rifletteva di rosso?”.
La risposta affermativa ha sancito la fine dell’intervista e forse anche quella della carriera di Marco Tronchetti Provera.
Unica nota stonata, l’intervento riparatorio della solitamente ottima Luciana Littizzetto, la quale cercando di porre rimedio all’irriverenza del conduttore, ricorreva all’ammiccamento compassionevole, definendo l’ormai malconcio imprenditore “bel pezzo di Tronchy”.
Una vera lezione di giornalismo. Una grande prova che la stampa italiana è tornata ad essere il cane da guardia del potere.
Complimenti!
E auguri!
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Nella stessa puntata, Fabio Fazio si è reso protagonista di un’altra ottima performance.
A Luca Mercalli, che faceva notare come la cementificazione del Bel Paese stia diventando un’emergenza ambientale, ma anche economica, visto che vorremmo vivere di turismo, il conduttore di che tempo che fa domandava sarcastico: “ma visto che continui a porre il problema e i governanti continuano a cementificare, perché continui a porre il problema?”
Geniale.
Propongo la direzione del TG1. Anche se pare che la vera poltrona a traballare sia quella di Antonio Di Bella.
DECRESCITA, IL PROGRAMMA DELLE 8 R DI LATOUCHE
Aprile 20, 2008
Rivalutare. Rivedere i valori in cui crediamo e in base ai quali organizziamo la nostra vita, cambiando quelli che devono esser cambiati. L’altruismo dovrà prevalere sull’egoismo, la cooperazione sulla concorrenza, il piacere del tempo libero sull’ossessione del lavoro, la cura della vita sociale sul consumo illimitato, il locale sul globale, il bello sull’efficiente, il ragionevole sul razionale. Questa rivalutazione deve poter superare l’immaginario in cui viviamo, i cui valori sono sistemici, sono cioè suscitati e stimolati dal sistema, che a loro volta contribuiscono a rafforzare.
Ricontestualizzare. Modificare il contesto concettuale ed emozionale di una situazione, o il punto di vista secondo cui essa è vissuta, così da mutarne completamente il senso. Questo cambiamento si impone, ad esempio, per i concetti di ricchezza e di povertà e ancor più urgentemente per scarsità e abbondanza, la “diabolica coppia” fondatrice dell’immaginario economico. L’economia attuale, infatti, trasforma l’abbondanza naturale in scarsità, creando artificialmente mancanza e bisogno, attraverso l’appropriazione della natura e la sua mercificazione.
Ristrutturare. Adattare in funzione del cambiamento dei valori le strutture economico-produttive, i modelli di consumo, i rapporti sociali, gli stili di vita, così da orientarli verso una società di decrescita. Quanto più questa ristrutturazione sarà radicale, tanto più il carattere sistemico dei valori dominanti verrà sradicato.
Rilocalizzare. Consumare essenzialmente prodotti locali, prodotti da aziende sostenute dall’economia locale. Di conseguenza, ogni decisione di natura economica va presa su scala locale, per bisogni locali. Inoltre, se le idee devono ignorare le frontiere, i movimenti di merci e capitali devono invece essere ridotti al minimo, evitando i costi legati ai trasporti (infrastrutture, ma anche inquinamento, effetto serra e cambiamento climatico).
Ridistribuire. Garantire a tutti gli abitanti del pianeta l’accesso alle risorse naturali e ad un’equa distribuzione della ricchezza, assicurando un lavoro soddisfacente e condizioni di vita dignitose per tutti. Predare meno piuttosto che “dare di più”.
Ridurre. Sia l’impatto sulla biosfera dei nostri modi di produrre e consumare che gli orari di lavoro. Il consumo di risorse va ridotto sino a tornare ad un’impronta ecologica pari ad un pianeta. La potenza energetica necessaria ad un tenore di vita decoroso (riscaldamento, igiene personale, illuminazione, trasporti, produzione dei beni materiali fondamentali) equivale circa a quella richiesta da un piccolo radiatore acceso di continuo (1 kw). Oggi il Nord America consuma dodici volte tanto, l’Europa occidentale cinque, mentre un terzo dell’umanità resta ben sotto questa soglia. Questo consumo eccessivo va ridotto per assicurare a tutti condizioni di vita eque e dignitose.
Riutilizzare. Riparare le apparecchiature e i beni d’uso anziché gettarli in una discarica, superando così l’ossessione, funzionale alla società dei consumi, dell’obsolescenza degli oggetti e la continua “tensione al nuovo”.
Riciclare. Recuperare tutti gli scarti non decomponibili derivanti dalle nostre attività.