FORUM PER LA RICOSTRUZIONE SOCIALE

diritti, lavoro, saperi e democrazia

7 luglio 2009

Piazza 3e32, via Strinella, L’Aquila

Alex Zanotelli,
Gianni Rinaldini, FIOM CGIL
Sergio Ciancaglini, Argentina
Paul Maquet, Perù
Giuseppe De Marzo, A Sud
Pierluigi Sullo, Carta
Presidio No Dal Molin
Movimento No Tav
Presidio contro la discarica di Chiaiano
Comitati Irpini
Mauro Borromeo
Maurizio Donato, Università di Teramo
Domenico Fininguerra, Sindaco di Cassinetta di Lugagnano, Stop al consumo del territorio

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Martedì prossimo 7 luglio si terrà a L’Aquila, promosso da cittadini, associazioni, sindacati e territori, un forum dedicato ai temi della ricostruzione sociale, declinata a partire da diritti, lavoro, sicurezza, trasparenza, difesa di territori e ambiente, in una sola parola: dalla democrazia.

Il Forum sarà la risposta dei movimenti e della società civile all’illegittimità del G8, e sarà lo strumento per esprimere sostegno attivo e solidarietà ai cittadini e alle cittadine de L’Aquila vittime del terremoto e della speculazione che prima e dopo il 6 aprile è stata e continua ad essere compiuta sulla pelle degli aquilani e delle aquilane.

La gestione dell’emergenza in Abruzzo, così come della crisi provocata dalle politiche del G8, giornalmente impoverisce le persone, distrugge posti di lavoro, fa chiudere aziende, erode diritti e patrimonio ambientale in tutto il territorio nazionale.

Le scelte del governo Berlusconi, così come quelle del G8, evidenziano gli errori di un modello di sviluppo che non fa i conti con i limiti delle risorse del pianeta e con la sostenibilità sociale delle sue politiche.

Solo attraverso la partecipazione, l’inclusione e l’allargamento della democrazia si può ricostruire socialmente ed economicamente L’Aquila come tutti quei territori, quelle comunità e quei paesi colpiti dalla crisi.

PROGRAMMA

ore 10.00 – 13.00

Emergenza e democrazia

ore 13.00

Pranzo sociale e incursioni musicali

ore 14.00 – 18.00

Crisi ed emergenza: Quale ricostruzione?

DO YOU REMEMBER?

Luglio 3, 2009

E’ passato. Il sedicente Decreto Sicurezza. E sono orogogliosi. Ora possono mostrare a milioni di italiani, cui hanno fatto prima venire la bava alla bocca,  quanto sono stati bravi a far passare l’atto più demagogico, populista e razzista.

Mi vergogno. Di essere italiano. Di essere un rappresentante delle sue istituzioni.

Chiedo scusa a tutte le persone che soffriranno a causa di questo scellerato provvedimento.

scritto per il Collettivo99 – Giovani Tecnici Aquilani e pubblicato sulportale informativo AGI Energia

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Il terremoto ha distrutto molto a L’Aquila. Case, monumenti, luoghi di aggregazione, scuole, sedi istituzionali. La ricostruzione di questa bellissima città sarà segnata dal dramma collettivo del lutto, dalla sedimentazione dei sentimenti di disperazione e dalla rabbia dei cittadini che si percepisce a distanza di centinaia di kilometri.

Ma potrebbe anche essere vissuta come momento di altissima tensione dell’intera comunità aquilana. Un momento storico in cui i cittadini e gli studenti in particolare possano proiettare il loro sguardo verso il futuro, oltre il muro del dolore. E immaginare L’Aquila di domani. Non di quella che ospiterà il G8. Ma quella che i suoi cittadini dovranno vivere quotidianamente e trasmettere alle prossime generazioni.

Un’occasione. Un termine che stride moltissimo con l’evento che l’ha provocata. Ma tale è l’opportunità di poter ri-costruire una città.

Una sfida da affrontare con gli attrezzi e gli strumenti giusti. Una sfida che sarà la cartina di tornasole della maturità della cultura politica e amministrativa di chi eserciterà il ruolo di ricostruttore. Una sfida su tre punti: l’energia, il territorio, la partecipazione democratica.

L’Aquila è uno dei capoluoghi più freddi d’Italia. In Alto Adige le case consumano 7 litri di gasolio (o 7 mc di metano) a mq/anno. In Germania si punta a consumarne 1,5 e le case passive non sono più fenomeni da museo.

In Italia, i nostri immobili sono invece dei colabrodo, consumando in media 20 litri di gasolio al mq. Come verranno ricostruite le case degli Aquilani? Puntando al risparmio immediato o puntando al risparmio energetico? Saranno costruite utilizzando gli accorgimenti tecnici che consentono un abbattimento delle emissioni di CO2 in atmosfera? Sfrutteranno l’energia del sole per produrre acqua calda ed elettricità?

Negli ultimi 15 anni l’Italia ha seppellito sotto il cemento e l’asfalto una porzione di terra grande quanto il Lazio e l’Abruzzo messi assieme. La tentazione di ricostruire su terra vergine è in Italia un riflesso condizionato. L’urbanizzazione selvaggia avanza a ritmi serratissimi. Basti pensare che solo in Lombardia si sacrificano sull’altare del cemento 13 ettari di terra al giorno. L’ideologia (perché di questo si tratta) dominante è quella dello sviluppo e della crescita ad ogni costo, soprattutto a danno di una risorsa finita e limitata: la terra. Il soddisfacimento delle esigenze abitative e di servizi per i cittadini de L’Aquila potrà avvenire in due modi diametralmente opposti: tramite il recupero e la ricostruzione all’interno del perimetro della città, oppure approfittando dell’occasione per allargarsi su superfici nuove e possibilmente piane.

Dall’impostazione di fondo che verrà elaborata, emergeranno le caratteristiche della nuova L’Aquila.

La pianificazione urbanistica, che non è esercizio di esclusiva competenza di tecnici e architetti, è un metodo necessario per governare in modo sistemico tutte le variabili che si intrecciano in un determinato territorio. Il disegno o il ri-disegno di una città non si limita a definire destinazioni d’uso e volumi. Il territorio non è uno scaffale stabilmente ancorato, dove posso prendere ciò che voglio senza che vi siano ripercussioni su ciò che resta sulle sue mensole. Gli elementi che lo compongono sono tra loro connessi in un sistema complesso. Un sistema in cui i cittadini possono avere, oltre al ruolo di abitanti stessi del sistema, anche quello di attori del governo del sistema.

Il Testo Unico degli Enti Locali lo afferma chiaramente: spettano al comune tutte le funzioni amministrative che riguardano l’assetto e l’utilizzo del territorio (art. 13). Il processo di ricostruzione della città potrà anche in questo caso seguire due strade alternative.

La prima, quella largamente più utilizzata in Italia, prevede decisioni assunte da poche persone in poche stanze.

La seconda, poco praticata finora, prevede la partecipazione attiva dei cittadini. Il loro coinvolgimento vero e diretto rispetto alle decisioni strategiche che segneranno lo sviluppo urbano. Un percorso sicuramente più difficoltoso e oneroso, ma l’unico in grado di restituire ai cittadini una città migliore. Perché i processi di partecipazione riescono a far emergere le competenze tecniche nascoste. Riescono a far riemergere la memoria storica dei luoghi. Riescono a consolidare un sentimento di amore per la propria terra.

La scelta di coinvolgere i cittadini, a partire dai bambini, è fondamentale e strategica. Tenere in considerazione il parere degli abitanti e chiedere loro di immaginare il futuro può essere un grande valore aggiunto sia per i tecnici che per gli amministratori. Spesso i politici dopo essere stati eletti si chiudono nelle loro stanze. Forse per paura di rimettersi in discussione. Sottovalutando i cittadini. Al contrario, questi ultimi possono essere di gran conforto nelle decisioni importanti e sanno consolidare la determinazione nel portare avanti le scelte compiute insieme. Soprattutto se sono compiute nell’interesse collettivo e per il bene comune.

E la città è un bene comune.

Domenico Finiguerra
Sindaco di Cassinetta di Lugagnano, Associazione Comuni Virtuosi

 

“La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico.”

“Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ingiustizia.”

 

 

Se Enrico Berlinguer fosse ancora tra noi, sarebbe in prima linea, nel duro e faticoso lavoro di restituire al paese la fiducia e la speranza di un futuro migliore.

Oggi, come allora, richiamarebbe tutti a stili di vita più sobri, rispettosi della natura, dell’acqua e della terra. Si farebbe interprete delle istanze che nascono dal basso e non trascurerebbe le grida allarmate di chi indica il baratro davanti ai piedi dell’uomo e del pianeta intero.

 

Lui è morto.

Ma il suo esempio, la sua austerità, la sua sincerità, la sua mitezza e la sua serietà sono ancora a disposizione. Basta volerlo. 

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SALUTI ROMANI

Giugno 15, 2009

SENZA PAROLE…

Comune di Cassinetta di Lugagnano

Provincia di Milano

Ufficio del Sindaco

Cassinetta di Lugagnano, 9 aprile 2009

Ill.mo Presidente del Consiglio dei Ministri
On. Silvio Berlusconi
Palazzo Chigi
Piazza Colonna, 370
00187 ROMA

Oggetto: Terremoto Abruzzo. Lettera Aperta. Richiesta formale.

Ill.mo Presidente,

il drammatico terremoto che ha devastato la città de L’Aquila e i suoi dintorni obbliga tutti i rappresentanti delle istituzioni e coloro che, a vario titolo, ricoprono ruoli di responsabilità di governo ad esercitare con il massimo impegno e con il più alto senso dello Stato le proprie funzioni pubbliche.
In queste ore l’Italia è una grande famiglia colpita da un grave lutto collettivo e da un’immane disgrazia. Una disgrazia aggravata dal fatto che l’Italia, nonostante sia un paese altamente esposto al rischio sismico e al dissesto idrogeologico, vede le proprie istituzioni intervenire solo ad evento catastrofico avvenuto.
In queste ore migliaia di cittadini vivono in condizioni precarie. Piangono parenti e amici morti sotto le macerie. In questi momenti, tutti gli italiani sono commossi per i bambini e per gli studenti deceduti in seguito a crolli che potevano essere evitati. Sentono rabbia per le responsabilità che stanno emergendo. Anche e soprattutto per quelle da imputare alle istituzioni.
In questi giorni emerge con evidente chiarezza quanto si renda urgente e necessaria una riconsiderazione degli investimenti programmati e da realizzare nel nostro paese, mettendo nel giusto ordine di priorità gli interventi da eseguire.

Ill.mo Presidente, con questa lettera aperta mi rivolgo pubblicamente a Lei ed al Governo della Repubblica da Lei presieduto per chiedere formalmente quanto segue:
1. aumentare gli stanziamenti dei fondi destinati ad affrontare il rischio sismico ed il grave dissesto idrogeologico del territorio italiano;
2. aumentare gli stanziamenti dei fondi destinati alla messa in sicurezza di tutti gli immobili destinati ad uso pubblico, in particolare sanitario, assistenziale e scolastico.

A tal fine, propongo e richiedo di:
1. stornare il Miliardo e 300 milioni di Euro destinati dal CIPE alla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina;
2. rinunciare ad Expo 2015 e quindi alle infrastrutture connesse all’evento;
3. rinunciare al completamento delle Linee Ferroviarie ad Alta Velocità;
4. rinunciare ai programmi di ripresa della produzione di energia nucleare;
5. tagliare del 50% le spese militari;
6. riverificare le priorità delle grandi opere previste dalla Legge Obiettivo e rinunciare a quelle che non sono direttamente o indirettamente connesse al ripristino e alla messa in sicurezza di immobili destinati ad uso sanitario, assistenziale o scolastico o a fronteggiare situazioni di rischio sismico e idrogeologico.

Certo che questa mia missiva aperta si accompagnerà a quella di numerosi altri rappresentanti delle istituzioni, di numerosi altri cittadini e di numerose associazioni e organizzazioni della società civile, La saluto con osservanza.

Dalla residenza municipale,

Il Sindaco
Domenico Finiguerra

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Scarica Lettera Aperta

FAC SIMILE LETTERA

Il 24 febbraio Berlusconi e Sarkozy hanno presentato un accordo per costruire nuove centrali nucleari in Italia. Qualcuno ha commentato che finalmente il nostro paese si appresta a recuperare vent’anni di ritardo, causati dal famigerato referendum del 1987.Ma con la chiusura in Italia del nucleare, il referendum c’entra poco. Il referendum non bloccò alcunché in realtà: solo la centrale di Caorso non venne riavviata (era in fermo per il ricarico del combustibile), le altre erano vetuste e non economiche, già chiuse o destinate ad essere chiuse da Enel. Ricordiamo che quando si svolse il Referendum nel 1987, la centrale di Garigliano era già chiusa, quella di Borgo Sabotino era ferma dall’anno prima, quella di Trino era già stata fermata due volte (nel ‘67 e nel ‘79) per problemi tecnici.

La verità è che il nucleare italiano non esisteva, per questo ci fu il referendum, ed era in crisi in tutto il mondo. Se si guarda alla stessa Francia, si scopre che l’EPR (il reattore ad acqua pressurizzata) attualmente in costruzione è il primo impianto nuovo dopo vent’anni e che negli Stati uniti d’America, la patria del nucleare con i suoi 104 reattori ancora attivi, l’ultima costruzione venne ordinata nel 1978.

Perchè questa crisi? Perchè economicamente non conveniva ed a maggior ragione non conviene ora. L’attuale “ritorno di fiamma” è fondato sulla necessità di ridurre le emissioni di CO2.

L’annuncio del governo però é in netta contraddizione con questo argomento, ovvero l’indispensabilità del nucleare per rispettare gli impegni di Kyoto e dell’Unione Europea in materia di riduzione delle emissioni climalteranti. In contraddizione perchè l’impegno a produrre il 20% dell’energia da fonti alternative scade nel 2020 e per quella data il ministro Scajola ha annunciato che sarà pronta la prima centrale (se tutto andrà per il verso giusto), che impiegherà qualche anno per recuperare la Co2 (tanta), che si consuma per costruire quel mammut di acciaio e cemento che è una centrale di tipo EPR. Centrale, sia detto per inciso, che altro non e’ se non una centrale di seconda generazione (e’ un reattore ad acqua in pressione come quello di Trino Vercellese ideato nel 1961) in cui i sistemi di sicurezza sono notevolmente potenziati attraverso il sistema della ridondanza dei circuiti. Dunque il nucleare non servirà a mantenere gli impegni di riduzione delle emissioni che alterano il clima concordati con le altre nazioni dal nostro paese.

A che cosa servirà allora? A ridurre l’insicurezza degli approvvigionamenti dicono, ed è innegabile che dipendere, nella generazione elettrica, per il 60% dal gas non sia una scelta ottimale.

Ma l’ultima edizione delle “Prospettive dell’energia nucleare 2008?, edito dall’OCSE (non dall’eco delle alternative), sta scritto che “Le risorse conosciute di uranio sono sufficienti ad alimentare un’espansione della capacità di produzione elettrica nucleare, senza ricorrere al riprocessamento, almeno fino al 2050?. La domanda sorge spontanea: costruiamo centrali che stiano in vita 60 anni (le stime sul costo del Kwh si fanno con questa premessa) e la prima sara’ forse pronta nel 2020 sapendo che confidiamo di avere combustibile solo per 30 anni?

In questi anni si è parlato con entusiasmo del reattore in costruzione in Finlandia, quando proprio questo reattore è stato citato dal Financial Times (3 novembre 2008), come simbolo negativo della presunta rinascita nucleare perché sta accumulando ritardi ed i costi sono saliti enormemente, tanto che è in corso una causa legale fra committenti e il costruttore francese.

E questi francesi, come mai sono cosi disponibili ad offrirci il loro know-how? Improvvisamente filantropi? Semplicemente siamo una bella occasione per loro, l’occasione di fare un sacco di denaro trovando sbocco ad una industria che in regime di libero mercato non sta in piedi, sta in piedi solo in regimi statalisti. Sì perché tornando a guardare fuori della finestra si nota bene che a parte la Finlandia col suo ormai famoso impianto di Olkiluoto, a costruire centrali oggi sono paesi in cui l’energia è affare di stato. Areva, la società francese che costruisce gli EPR, nel 2008 ha registrato un calo degli utili del 21% rispetto all’anno precedente ed ha bisogno di 10 miliardi di euro nei prossimi quattro anni per finanziare gli investimenti programmati nell’attività mineraria di estrazione dell’uranio e negli impianti di produzione del combustibile. Con l’uscita di Siemens il suo debito salirà a 5,5 miliardi di euro (fonte Wall Street Journal Europe 26 feb 2009).

Sarkozy sta semplicemente facendo da piazzista per le sue imprese e la posta in palio e’ alta, il costo dell’EPR finlandese attualmente e’ arrivato a 4,5 miliardi, Alessandro Clerici (nuclearista convinto e presidente del Gruppo di Lavoro WEC “Il futuro ruolo del nucleare in Europa”) stima in 5 miliardi il costo di un EPR oggi, per cui 4 EPR fanno ben 20 miliardi di euro! Mica male di questi tempi.

Ma attenzione il conto non e’ finito qui perché per arrivare al 25% di produzione da nucleare ci vorranno altre centrali e altri soldi (in totale si stimano 37,5 miliardi di euro in centrali) e perché il nucleare, non dimentichiamolo, e’ un sistema. Non come un parco eolico che si mette in piedi in qualche mese e si allaccia alla linea di distribuzione ed e’ finita li, o come qualche pannello solare che si monta sul tetto. No il nucleare consuma barre di uranio che dovremo importare dall’estero e produce pericolose scorie che vanno messe da qualche parte e custodite per qualche migliaio di anni. A questo riguardo gli italiani si ricordino che in bolletta alla voce A2 pagano ogni bimestre qualcosina per sistemare le vecchie centrali nostrane.

Nel bilancio 2006 della Sogin – la società italiana preposta allo smaltimento delle centrali – era riportata la cifra di 4,3 miliardi di euro per smantellare il totale dei 1.200MW che avevamo costruito. La stima che circolava lo scorso anno per costruire la discarica definitiva dove mettere il combustibile consumato, attualmente stoccato un po’ ovunque (in Italia e all’estero) e’ di (ulteriori) 1,5 miliardi.

Dunque siamo pronti a pagare?

Noi no, a noi sembra più conveniente pensare ad altre risorse per produrre energia. Risorse che non sono chimere visto che il nostro paese, pur fra le sue mille contraddizioni, nel 2008 ha installato 1,010 MW di eolico (fonte Enav) e con questa fonte ha prodotto 6.637 milioni di Kwh (+62,9% rispetto al 2007, dati TERNA), e installato circa 300 MW di fotovoltaico (fonte GSE). All’estero gli USA in epoca ancora pre-Obama hanno installato eolico pari a 8 volte quello installatoda noi ( e sono balzati subito in prima posizione superando la Germania), seguiti dalla Cina (6 mila MW) e dall’India (fonte GWEC). Che dire poi della riqualificazione energetica degli edifici italiani? Basta ricordare che il nuovo che si costruisce annualmente in base a nuovi parametri è circa pari a un 3%, ma è l’esistente, pari al 97%, la miniera nascosta di energia risparmiabile e di posti di lavoro.

In economia si dice che ogni paese debba sfruttare le proprie risorse, nel commercio si persegue la specializzazione seguendo la legge dei vantaggi comparati, perché non fare lo stesso in materia di energia? Perché copiare un paese vicino quando abbiamo altre risorse naturali che ci renderebbero davvero indipendenti da ricatti esterni, riducendo le emissioni inquinanti?

Ma forse e’ una soluzione troppo semplice che non permette la gestione di grandi commesse…

Roberto Meregalli (Beati i costruttori di pace)

Roberto Brambilla (Rete Lilliput)

Mario Agostinelli (Unaltralombardia)

Nucleare? No. Punto!

Marzo 2, 2009

L’AMACA, 22 febbraio 2009

Febbraio 25, 2009

di Michele Serra

Leggendo un dotto intervento di Piero Ostellino mi sono imbattuto nella ripetizione (ennesima) del concetto politico più gettonato degli ultimi anni: la sinistra non ha più identità propria, e vive solo di antiberlusconismo. Visto che lo dicono tutti dev’essere vero, mi sono detto. Ma ho anche aggiunto (ormai parlo da solo, come gli anziani e i matti) che magari, oltre a essere vero, è anche inevitabile. E cioè: il berlusconismo riassume così perfettamente ciò che le persone di sinistra non sopportano (ricchezza offensiva, ignoranza del limite, spregio per la cultura, clericalismo in campo etico e classismo anticristiano in campo sociale, più il resto che non sono spiccioli) da rendere ovvia la speranza che prima o poi questo momento deprimente e pericoloso della storia italiana finisca.
Piuttosto, vorrei chiedere a Ostellino: invece di chiedersi perché quelli di sinistra sono antiberlusconiani, perché non si chiede più spesso come fanno i liberali come lui a non esserlo? Chi non ha l’affanno, beato lui, di patire Berlusconi come una malattia di questo povero paese, è forse democraticamente più perspicace, più vigile e più coerente? E se venisse un giorno, caro Ostellino, che essere stati contro Berlusconi vorrà dire semplicemente essere stati a favore dei diritti delle persone, delle leggi repubblicane e della democrazia?

EXPO 2015 AVVELENA MILANO

Novembre 19, 2008


NOI L’EXPO NON LO PAGHIAMO.
Se fino a ieri Expo 2015 era un problema per l’impatto sui territori in termini di cementificazione, speculazione, consumo del suolo e mobilità; oggi, a fronte della crisi finanziaria ed economica globale, Expo diventa un pericoloso imbuto per depredare risorse pubbliche, tagliare altri impieghi del denaro dei contribuenti, svendere patrimonio e beni comuni a speculatori e presunti imprenditori, così bravi da saper stare a galla solo grazie a concessioni, tariffe e regalie pubbliche (vedi Alitalia).
Expo 2015 è solo un passaggio per una più ampia ristrutturazione del territorio Lombardo e di una riorganizzazione del sistema di potere economico-politicofinanziario. Un affare che va al di là di Expo e che richiede risposte forti, diffuse, capaci di mobilitare consenso, partecipazione, conflitto sociale e dei territori.
Contrapporremo alla follia di amministratori incapaci che pensano solo al profitto, il buon senso, i bisogni e la tenacia di chi ha a cuore il diritto a vivere oggi e domani città e territori sani, solidali, a misura dei cittadini più deboli e non in mezzo a gittate di cemento, centri commerciali, mega infrastrutture che squarciano i territori senza portare nulla in termini di reale beneficio.
Non lasceremo che il consumo di territorio renda invivibile la Lombardia più di quanto lo sia già; non lasceremo inquinare aria, acqua e suolo per la cecità di chi pensa infinite le risorse ambientali e irrisorio se il cibo si avvelena. Non possiamo assistere muti mentre speculatori e mafie varie si spartiscono affari, drogando il mercato della casa, in nome di Expo, senza che ci si preoccupi di vigilare e impedire il fenomeno.
Non aspetteremo che smantellino il trasporto pubblico locale per fare autostrade e TAV e non siamo disposti a veder svendere i beni comuni, scuola in primis, per soddisfare l’ego di chi vuole usare Expo per perpetuare vecchi e nuovi poteri (basta fare due conti e si scopre che all’art. 14 della legge 133/08 si stanziano 1486 mln di euro per Expo e all’art. 66 della stessa legge se ne tagliano 1441 all’Università).
Vogliamo cambiare rotta, vogliamo chiedere soluzioni drastiche per diminuire il congestionamento, l’inquinamento di aria, acqua e suolo; soluzioni nuove per il diritto alla mobilità; ridurre l’impatto energetico e investire nelle energie rinnovabili; ridurre i rifiuti e riciclare i rimanenti, altro che inceneritori.
Vogliamo una città spazio pubblico, con politiche abitative realistiche e non favole come quelle che quotidianamente sentiamo da chi amministra Milano.
Vogliamo affrontare i problemi alimentari, a partire dall’agricoltura e dal consumo di prodotti locali, privilegiando la filiera corta ai centri commerciali.
Vogliamo l’interesse pubblico e il bene comune al centro delle priorità, per la difesa dei diritti fondamentali delle persone, dalla salute – che passa anche per la tutela dell’ambiente – al reddito, dalla casa alla sicurezza sul lavoro.
Con queste parole d’ordine attraverseremo i territori e le mobilitazioni dei prossimi mesi, per costruire dal basso un’altra Milano e un’altra Lombardia, saremo là dove il mostro Expo divorerà i territori, perché non vogliamo pagare le loro speculazioni, non vogliamo pagare il loro Expo.
 www.noexpo.itinfo@noexpo.it
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