REVISIONISMO

Ieri sera sono rientrato tardi.

Alla TV c’era Bruno Vespa. Parlavano del film di Spike Lee su Sant’Anna di Stazzema. Ma anche di quello ispirato dal libro di Pansa, il Sangue dei Vinti.

In studio c’era una vedova di Sant’Anna di Stazzema. Lei aveva 20 anni quando suo marito morì, a 24.

Ascoltava con gli occhi lucidi le parole di Pansa e Galli della Loggia.

Viscida e ripugnante la conduzione di Bruno Vespa.

Ogni tanto partiva un servizio o uno spezzone di uno dei film. Sottotraccia, si percepiva il tentativo strisciante di riabilitare, parificare, semplificare. Perchè i morti sono tutti uguali. Perchè erano giovani anche i repubblichini. Perchè credevano nella patria e nell’onore. Perchè anche i partigiani hanno commesso crimini…

Insistono. Ogni occasione è buona. Per dare picconate alla resistenza. Per piaggeria? Per dabbenaggine? Non lo so. Credo anche e soprattutto per bieco opportunismo.

Avrei voluto abbracciarla.

Avrei voluto stringerla.

Loro insistono. Senza vergogna e senza ritegno.

Noi resistiamo.

Dedicato alla vedova di Sant’Anna di Stazzema, ripubblico

25 APRILE 2008

Cassinetta di Lugagnano

 

63° Anniversario della Liberazione

 

 

Cari cittadini, cari amici, cari compagni,

vi ringrazio per essere presenti, ringrazio l’ANPI, le associazioni d’arma e degli ex-combattenti e le forze dell’ordine.


Il 25 Aprile del 1945, l’Italia riconquistava la libertà.

Dopo più di un ventennio di dittatura fascista, che aveva condotto il paese alla rovina, portandolo in guerra a fianco della Germania di Hitler.
Dopo più di vent’anni di regime sotto il duce, Benito Mussolini,
Dopo più di vent’anni di paure, sofferenze, dolore e rabbia repressa, l’Italia era di nuovo libera.

Benedetto Croce diceva che chi non conosce la storia del passato non ha futuro” e quasi un secolo dopo, il reverendo Jessy Jackson ricordava che “chi non ha passato non ha futuro”.

 

Ma il passato, spesso fa paura più del presente e del futuro. Forse perché talvolta rende evidenti i nostri limiti e la nostra inadeguatezza.

E purtroppo, nuovamente, alla vigilia del 25 aprile, si agitano commentatori, politici e amministratori che chiedono un revisionismo di rivincita sulla storia.

Nuovamente e puntualmente, qualcuno cerca di  intorbidire l’avvio di legislatura, che spesso cade in prossimità del 25 aprile, dando voce a personaggi che vogliono mettere in discussione il valore della resistenza italiana al nazifascismo ed il ruolo che ebbe nella ricostruzione democratica del nostro paese.

Taluni  proclamano di voler riscrivere i libri di scuola,  condizionati dai valori della resistenza.

Altri vietano bella ciao.

Altri ancora disconoscono il significato attuale del 25 aprile volendolo consegnare alla storia, scippandolo alla prossime generazioni ed estromettendolo dalle fondamenta che stanno alla base della nostra repubblica.

 

Ma la nostra repubblica affonda le proprie radici nella resistenza e chi vuole disconoscerla o ridurla ad un evento storico tra i tanti, commette un grosso errore, non solo storico ma anche morale ed etico. Un figlio non può cancellare il lavoro, il sudore e il sangue versato dal proprio padre per lui. Certo può rinnegarlo. Ma sarebbe un bravo figlio?

 

Io lo voglio dire qui e ora, in un piccolo paese della pianura padana. Quella pianura padana che ha conosciuto il fascismo, l’occupazione nazista, la guerra e la liberazione.

Chi si dichiara democratico,

chi ispira il proprio impegno politico ai valori della libertà,

chi trae la propria motivazione all’agire pubblico dalla convinzione nei  valori di soldarietà e di fratellanza,

chi fa scorrere la propria passione politica nel letto di un fiume scavato dalla fede,

chi viene spronato ad impegnarsi per l’emancipazione dei più deboli e di chi resta indietro

chi dice di impegnarsi con queste motivazioni non può non indignarsi

nell’ascoltare parole come quelle del direttore di un quotidiano che ieri ha affermato che chi oggi sfila per le strade d’Italia per commemorare la resistenza, i suoi morti e la liberazione, sia un Bamba, 

o nell’udire quelle di un pregiudicato, condannato a nove anni per associazione mafiosa, il quale ha pubblicamente dichiarato e mai smentito che i libri di storia saranno riscritti perché troppo condizionati troppo dalla resistenza.

 

Caro direttore FeItri e caro senatore DeII’Utri, se i libri di storia fossero stati veramente condizionati dalla resistenza, le vostre dichiarazioni non avrebbero trovato orecchie pronte ad ascoltarle e sarebbero state espulse dal panorama democratico.

E i veri eroi d’italia sono quei giovani che hanno rifiutato il regime fascista, la sicurezza che si provava indossando una camicia nera, e che hanno invece scelto di andare in montagna a patire il freddo e la fame. Lontani dagli affetti. Per ricercare e riconquistare la libertà. Per il Popolo.

 

Una parola di sorpresa mista a sconforto la voglio infine rivolgere alla mia collega Letizia Moratti, sindaco di Milano, che oggi non sarà presente al corteo della città medaglia d’oro della resistenza. Devo dire che mi rende davvero triste vedere come al tanto impegno dedicato al raggiungimento di un traguardo ritenuto importante come l’ottinemnto di expo 2015, faccia da contraltare il disinteresse ostentato rispetto alla celebrazione dell’anniversario della riconquista della libertà.

 

Credo sia doveroso,in questa occasione dare ancora voce alle parole di Sandro Pertini, pronunciate nel suo discorso di insediameno alla Presidenza della Repubblica:

Non posso non ricordare i patrioti coi quali ho condiviso le galere del tribunale speciale, i rischi della lotta antifascista e della Resistenza. Non posso non ricordare che la mia coscienza di uomo libero si è formata alla scuola del movimento operaio di Savona e che si è rinvigorita guardando sempre ai luminosi esempi di Giacomo Matteotti, di Giovanni Amendola e Piero Gobetti, di Carlo Rosselli, di don Minzoni e di Antonio Gramsci, mio indimenticabile compagno di carcere.

Anche per ricordare italiani come Pertini, cari cittadini, noi siamo ancora qui, a celebrare la festa della liberazione. Nonostante tutto.

 

Solitamente, i discorsi in occasione del 25 aprile, contengono molte citazioni, date di battaglie, di esecuzioni, di rastrellamenti. Spesso incise su lapidi o monumenti. Si ricordano eventi tragici o gloriosi. Si fanno i numeri dei morti, dei deportati, delle vedove e degli orfani. Ci si sofferma su cifre. Fredde e crudeli.

Numeri anonimi. Quanti ebrei sono satati deportati. Quanti socialisti, quanti comunisti, quanti democristiani e quanti liberali sono stati esiliati,  annientati nello spirito, nella parola e nel fisico. Quanti omosessuali. Quanti zingari. Quanti sindacalisti. Quanti preti sono stati condotti nei campi di concentramento. Quanti bambini. Quante donne. Quanti anziani. Quante famiglie. Quanti uomini sono morti. Quanto sangue e stato versato e quante vite si sono interrotte.

 

Bruscamente, senza lasciare il tempo di un ultimo saluto.

Di un ultimo bacio.

Di un’ultima carezza al proprio figlioletto.

Di un ultima notte con la propria amata.

Di un ultimo abbraccio con il proprio babbo o con la propria mamma adorata.

 

Io oggi, vorrei ricordare soprattutto loro. Le singole vite spezzate, stravolte, mutilate.

Quelle di chi non ha avuto l’onore di nessuna pagina sui libri di storia. Quelle vite che drammaticamente e silenziosamente, hanno costituito l’anima, la rabbia e il dolore della resistenza.

 

Perchè se oggi siamo qui, lo dobbiamo anche a chi durante la resistenza è morto nel silenzio di un sentiero di montagna.

Giovani di vent’anni che hanno lasciato figli e mogli, magari incinte.

Mogli, madri e figle che a casa hanno aspettato invano il ritorno di un marito, di un figlio di un padre o di un fratello.

Donne che hanno raggiunto i loro uomini in montagna, per combattere o per diventare staffette.

Trivellate alle spalle mentre cercavano di scappare nei campi. In bicicletta o a piedi, di corsa, con il fiatone che gia mischiava la morte all’ossigeno.

 

La liberazione fu il risultato della sommatoria di tutte queste vite, di questi drammi, che insieme diedero vita ad un grande movimento popolare.

Un movimento la cui rabbia, passione e spirito democratico venne fatto confluire, all’indomani della liberazione, nel referendum per la repubblica, nella costituente e infine nella costituzione oggi vigente.
Una costituzione, la nostra, avanzatissima, che sancisce diritti civili e che disegna obiettivi ambiziosi ma doverosi per un paese che vuole diventare veramente civile.

 

Noi e i nostri figli abbiamo avuto la fortuna di vederci garantiti, grazie alla resistenza, alla liberazione e alla costituzione, quei beni, quei valori, quelle speranze, che i nostri padri e i nostri nonni, da giovani, non avevano conosciuto.

 

E proprio ai giovani di oggi, cresciuti in un’Italia libera, in un’Europa pacifica e unita, dico: non dimenticate mai gli ideali che ispirarono coloro che diedero la vita per voi.

 

Non dimenticate mai che l’Italia non è sempr stata libera.

Non dimenticate mai e insegnatelo ai vostri figli che la democrazia, la libertà e la speranza sono un fiore, che va coltivato da mani gentili e riconoscienti.

 

Sono il fiore del partigiano, morto per la libertà.

 

VIVA LA RESISTENZA                  

VIVA I PARTIGIANI

VIVA L’ITALIA LIBERA                   

VIVA LA DEMOCRAZIA

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