Il Territorio d’Italia è malato, ma davvero c’è chi lo vuol curare …

di Alessandro Mortarino.
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A Lomazzo (provincia di Como) da settimane accade che cittadini “normali” si siano attrezzati di secchio e pennellessa ed abbiano iniziato ad incollare il testo del manifesto nazionale del neonato Movimento per lo “Stop al Consumo di Territorio” (con il suo dinamico ed artistico logo, vagamente “scolpito”)  sui muri della loro città. Non paghi, hanno anche autonomamente avviato una raccolta firme attraverso colorati banchetti lungo vie, piazze e mercati, per far aderire alla campagna più concittadini possibili …

Ad Asti ed Alba (o, meglio, lungo colline e piane di Langhe, Roero, Monferrato ed Astigiano) l’idea di un censimento completo del patrimonio edilizio esistente (civile ed industriale) inizia “timidamente” ad approdare nelle sale comunali e in quelle delle amministrazioni provinciali.

Lungo l’Appennino bolognese, tra Grizzana Morandi e Marzabotto, non sono molti i singoli sottoscrittori dell’appello nazionale, ma capita che uno di loro chieda alla segreteria del Movimento “che cosa posso fare io per sostenere e sviluppare questa iniziativa nella mia zona ?” e ci vuole un attimo, attraverso qualche scambio di mail, per organizzare un gruppo locale di persone che, ovviamente, si conoscono già da anni (il mondo è piccolo, soprattutto il mondo della gente sensibile …) ma che non avevano ancora minimamente pensato di poter mettere assieme le loro aspettative individuali e collettive e porle in rete con le migliaia di primi sostenitori dello “Stop al Consumo di Territorio”: Urbanisti, Architetti, divulgatori, ambientalisti, gente comune.

La stessa cosa accade tra Livorno e Campiglia Marittima, nel parmense, in Veneto, nell’intero hinterland milanese, a Rivalta di Torino, in Toscana, in Val Belluna, nel Salento, a Riparbella, Binago, Carpi …
In ogni luogo, insomma, dove quella che a noi piace definire come la irrefrenabile “incontinenza delle città” rappresenta il reale scenario drammatico di una imminente emergenza dietro l’angolo; dove piani regolatori formalmente approvati incontrano la vera regola vigente, cioè quella della “Santa Variante per la Nuova Colata”; dove il “bisogno” non è quello dei cittadini ma piuttosto quello delle casse comunali in sofferenza. In ogni caso, insomma, ecco sollevarsi il grido di dolore e l’urlo della reazione.

Non è un’onda né uno tsunami, ma qualcosa di più “strutturale”. Perfettamente in linea con quell’immagine che campeggia nella home page del sito della campagna nazionale http://www.stopalconsumoditerritorio.it , dove l’acuta sintesi di ironia e tecnica di Virginia Scarsi ha rielaborato la visione dall’alto di un qualunque angolo della nostra penisola. Inizialmente ricco di verde, poi lentamente sempre più compromesso dal dilagare del grigio del cemento. Che, alla fine, raggiunge la supremazia. Compare allora la scritta “Game Over”, come in un videogioco; e subito dopo “Play Again”. E l’ammonizione: “ma nella realtà tu non puoi ritornare all’inizio del gioco” …

Questa è un po’ la fotografia del primo mese e mezzo di spontanea campagna di un Movimento (che qualcuno ha definito “un po’ naif”, scatenando l’immensa gioia dei suoi promotori) che sta affermando la cosa apparentemente più semplice di questo mondo, ovvero che è ora di fermare le abitudini al continuo estendersi di aree residenziali e di complessi artigianali e/o industriali a danno di aree verdi e suoli agricoli. Ora e subito. Finché siamo ancora in tempo. Anzi: nonostante la situazione sia già gravemente compromessa.
Fermare i piani regolatori, le lottizzazioni in corso, le varianti in discussione ecc. e provvedere ad una necessaria e non più rinviabile opera di censimento del patrimonio edilizio esistente e sulla base di quei dati (misurati in termini di metri cubi cementificati, di abitazioni vuote e di capannoni abbandonati ovvero non occupati da attività), riconsiderare ogni tipo di pianificazione futura.

Un messaggio “contro” ? Che vuole minare le già tremolanti gambe del comparto edile italiano, che vale una rilevante quota del Pil nazionale ?
Oppure uno stimolo a riconsiderare la civiltà del consumo, proprio oggi che l’evidenza della globalizzazione costringe chiunque e ovunque a riprogettare nuove forme e nuovi modelli di società ?

Chi dice “Stop al Consumo di Territorio” sa di essere sull’esatto crinale tra vecchio e nuovo e sa di affrontare non un problema di classe ma un’esigenza diffusa: un fattore culturale.
Il messaggio, infatti, è stato fin qui percepito con un diffuso senso di liberazione: “era ora che qualcuno lo dicesse a chiare lettere”; “come avete fatto ad interpretare il mio pensiero, ciò che sta accadendo a casa mia ?”.
Come se il “mio” problema non fosse, in realtà, il problema “di tutti” …

I prossimi mesi ci diranno se la strada è quella giusta.
Una strada assolutamente politica. La politica di cittadini e municipi che vogliono separare la salute dei bilanci comunali e la difesa del bene comune dal ricatto violento della moneta corrente derivante dagli oneri urbanistici. Come ha già saputo fare Cassinetta di Lugagnano, scegliendo e non facendosi scegliere.
Come si accingono a ragionare i municipi aderenti all’Associazione dei Comuni Virtuosi o quelli della Rete del Nuovo Municipio.
Partecipazione di tutti alle scelte delle nostre comunità e definizione dei bisogni sembrano sempre più essere le pietre miliari di un nuovo percorso di riappropriazione del bene comune.
Per questo, “Stop al Consumo di Territorio” è essenzialmente un messaggio culturale e politico. Trasversale.
Liste civiche si ispireranno tra breve al suo manifesto nazionale. Forse anche qualche Partito farà la stessa cosa (già si intravvede qualche candidato alle primarie sbandierare il nostro manifesto nazionale come programma della “sua” iniziativa politica …).

Perché c’è un confine tra Movimento di opinione e Rappresentanza politica: il primo definisce un quadro sociale/ambientale, scandaglia bisogni, definisce obiettivi ed agisce per raggiungerli. La seconda recepisce l’input e promulga (se maggioranza) oppure propone alternative (se minoranza).
Su un tema come il consumo di suolo e di territorio (come d’altra parte per la salvaguardia dell’acqua, dell’aria, del fuoco …) solo un bagaglio di nuova cultura può modificare l’esistente, rigenerare una coscienza diffusa.
E se saremo tutti tenaci nel sostenere le nostre ragioni (e a non rilasciare più – mai più – “deleghe in bianco”) la salvaguardia del nostro spazio vitale sarà una delle chiavi di volta di un nuovo scenario sociale …

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